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Lavoro

Gli industriali toscani: «Salario minimo? I problemi del settore sono altri»

di Martina Trivigno
Gli industriali toscani: «Salario minimo? I problemi del settore sono altri»

La vicepresidente Romagnoli: «Noi applichiamo già una retribuzione equa»

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«Nel nostro settore, gli stipendi non sono il problema». Per Fabia Romagnoli, vicepresidente di Confindustria Toscana Nord, nel mondo delle industrie i problemi ci sono, ma non sono riconducibili al salario minimo. Perlomeno, non vale per circa 350mila imprese toscane che occupano, in totale, oltre un milione di addetti. Da lì, dove si applicano i contratti collettivi nazionali, la (unica per ora) battaglia della segretaria dem Elly Schlein e la petizione lanciata dal Pd vengono osservate a distanza, in modo tiepido. Perché sì, sottolinea Confindustria, ci sarebbe tanto da fare a supporto delle imprese: dal taglio del cuneo fiscale alla manodopera che c’era un tempo, ma oggi non c’è più. Tradotto: il dibattito non può considerarsi esaurito con il salario minimo, serve di più per evitare che le imprese arrivino al collasso.

Vicepresidente, cosa pensate del dibattito sul salario minimo e della petizione lanciata da Schlein?

«Assicurare un salario equo ai lavoratori è doveroso. Va detto, però, che le nostre aziende applicano i contratti collettivi nazionali che prevedono già cifre al di sopra del salario minimo di cui tanto si parla. È un dibattito che seguiamo, ma in cui non siamo coinvolti direttamente: nel nostro caso, infatti, i valori di retribuzione partono da cifre anche sensibilmente superiori ai nove euro lordi. Ma, come industrie, abbiamo altri problemi. E, per risolverli, servirebbe un intervento deciso della politica, come sta accadendo adesso per il salario minimo».

A quali problemi si riferisce in particolare?

«La difficoltà nel riuscire a reperire personale che rischia di mettere in ginocchio le imprese».

C’entra la retribuzione?

«No, questa difficoltà non è dovuta ai livelli retributivi che, anzi, nel nostro caso sono superiori ad altri settori. È legata, invece, al calo demografico e alla mancanza di attrattività del lavoro nelle aziende, soprattutto manifatturiere. In sostanza, abbiamo di fronte a noi la fuoriuscita di tante persone in età pensionabile e, considerato che già ora registriamo la carenza di figure tecniche, purtroppo questa carenza è destinata ad ampliarsi. In ogni caso le nostre industrie impiegano molti lavoratori specializzati e, di conseguenza, i livelli retributivi non sono sicuramente nella fascia bassa».

Serve l’intervento della politica?

«Come Confindustria, siamo abituati a confrontarci e ad avere un dialogo con tutte le forze politiche: è bene che la politica si renda conto della realtà delle cose, ascoltando le esigenze del mondo dell’industria. I lavoratori sono la forza delle nostre imprese. Adesso, però, serve l’intervento della politica, credo che si debba lavorare molto insieme su questi temi. Così come sul taglio del cuneo fiscale».

Si spieghi meglio.

«La competitività delle imprese italiane è zavorrata da un elevato cuneo fiscale e contributivo, ovvero la differenza tra costo del lavoro, di cui oltre la metà è costituito da oneri sociali a carico dell’impresa, e retribuzione netta. Oggi, alla luce dell’aumento dei prezzi, per sostenere il potere di acquisto dei lavoratori e al tempo stesso sostenere le imprese a fronte degli aumenti dei costi degli input, Confindustria ha rilanciato la proposta originaria del taglio dei contributi sociali, sia a favore dei lavoratori sia delle imprese».

Quali sarebbero i benefici?

«Un intervento di riduzione del cuneo contributivo come quello proposto, oltre che attenuare gli effetti dell’aumento della bolletta energetica e in generale del costo della vita per le famiglie, consentirebbe di ridurre il divario di competitività di costo del lavoro nei confronti dei principali Paesi europei».




 

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