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Il commento

Caso Vannacci, i tanti paradossi sul senso di libertà

di Michele Gambino
Caso Vannacci, i tanti paradossi sul senso di libertà

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Ma cos’è questa libertà, di cui discettano come tanti Aristotele certi politici dai luoghi delle loro vacanze. Ultimo per ordine d’intervento Matteo Salvini. 

Il nostro ministro delle Infrastrutture ha sentito il bisogno di difendere la libertà minacciata del prode e ormai famoso generale Vannacci, e lo ha fatto con la sua nota attitudine da elefante in una cristalleria.

Per Salvini, Vannacci è un novello Giordano Bruno mandato al rogo dai sacerdoti del politicamente corretto. Gli sproloqui del militare contro omosessuali, femministe, ambientalisti e stranieri sono, per Salvini – e per un vasto schieramento di politici del centrodestra, fatto salvo il ministro Guido Crosetto – legittime opinioni che il generale è libero di coltivare e diffondere. In nome di cosa? Della libertà, questo concetto bellissimo e delicato.

Ora, sulla libertà sono state dette e scritte moltissime cose, alcune semplici e altre profondissime. Le migliori menti umane si sono impegnate per cogliere le applicazioni, le sfumature e i limiti della libertà. E fin qui la cosa forse più esaustiva e definitiva l’ha detta uno che Vannacci definirebbe “negro”.

Si tratta di Martin Luther King, che di libertà se ne intendeva, avendo speso e perso la propria vita per difendere quella di non soccombere al razzismo che oggi Vannacci si vanta di esibire.

«La mia libertà – scrive King – finisce dove comincia la vostra». E questo vale per ogni libertà, anche per quella di parola rivendicata dai Vannacci e dai Salvini.

La libertà di parola deve finire dove inizia ad offendere gli altri. Se usata male, è fastidiosa come una flatulenza, e qui il lettore mi perdonerà per l’orribile paragone. Nessuno può impedire a chicchessia di emettere le proprie flatulenze, questo è vero. Ed è ugualmente vero che le parole di Vannacci sono condivise da una parte non piccola degli italiani che hanno votato Meloni e Salvini. Ma esattamente come tutti, (purtroppo) emettiamo in privato certi rumori, a nessuno dotato di buon senso verrebbe in mente di fare lo stesso in pubblico, e per giunta di vantarsene.

Magari in un Paese meno agitato e nevrotico del nostro nessuno chiederebbe la testa del generale, ma al massimo di mangiare più leggero. Ma è anche vero che se un qualunque generale in alta uniforme emette una serie di peti in pubblico, qualcuno un attimo dopo lo invita a rispettare la divisa che porta, e poi lo accompagna alla porta. Invece al nostro prode Vannacci le flatulenze hanno portato encomi pubblici, esaltazioni delle sue virtù e inviti a rifarlo, oltre al solito coro vittimista di una destra inguaribile, che con un occhio piange per il povero generale trascinato verso la ghigliottina dalla odiosa sinistra, e intanto con l’altro lo vede già seduto in Parlamento.

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