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Il commento

Chi non ha pagato continuerà sereno

di Alessandro Volpi*
Chi non ha pagato continuerà sereno

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In primo luogo, forse si dimentica che i condoni non partoriscono quasi nulla in termini di gettito e, anzi, incentivano ulteriore evasione. Si è chiusa di recente l'ennesima rottamazione delle cartelle fiscali, in sostanza una vera sanatoria. Alla scadenza, il 30 giugno, sono state presentate quasi quattro milioni di domande. Il totale che avrebbe dovuto essere pagato arrivava a 60 miliardi di euro, ma con la rottamazione il gettito si ridurrà a 40 miliardi.

Questo dato pone però due criticità forti. La prima è costituita dal fatto che i circa 20 miliardi “cancellati” rappresentano un “buco” nei bilanci pubblici, che quindi dovranno essere coperti e pagati dai contribuenti “fedeli”. La seconda si lega al fatto che alla presentazione delle domande non corrisponde mai il versamento reale.

Dalle ultime rottamazioni precedenti dovevano arrivare nelle casse dello Stato quasi 45 miliardi e ne sono entrati solo 17. Dunque la sanatoria fiscale è una grande operazione di propaganda e di consenso verso chi non ha pagato, che genera buchi pesanti, pagati dagli altri contribuenti, e che permette a chi non ha pagato di continuare a non pagare, con minori entrate plurimiliardarie per lo le casse pubbliche.

È noto infatti che in moltissimi casi la richiesta di “partecipare” alla sanatoria fiscale serve soltanto a prendere tempo rispetto ad ulteriori procedure coattive. I fautori delle grandi pacificazioni fiscali dimenticano poi che esistono milioni di contribuenti a cui il prelievo avviene alla fonte e quindi per loro l’imposizione è obbligatoria; il taglio del cuneo fiscale è, in tal senso, del tutto insufficiente a restituire progressività a un sistema fiscale ormai vistosamente dominato dalle “tasse piatte”.

Forse si dimentica anche che il 90 per cento del gettito proviene da quell’imposizione obbligatoria e che il gettito fiscale, intorno ai 500 miliardi di euro annui, si sta riducendo con conseguenze devastanti sulla tenuta della sanità e dell’istruzione pubblica.

Che cosa si dovrebbe fare, invece, è molto chiaro. I numeri del recente rapporto Oxfam sono impietosi. Alla fine del 2021 la distribuzione della ricchezza nazionale netta vedeva il 20% più ricco degli italiani detenere oltre due terzi della ricchezza nazionale (68,6%), il successivo 20% era titolare del 17,5% della ricchezza, lasciando al 60% appena il 14% della ricchezza nazionale.

Se si stringe il fuoco il dato è ancora più impressionante. La ricchezza del 5% più ricco degli italiani (titolare del 41,7% della ricchezza nazionale netta) era superiore, a fine 2021, allo stock di ricchezza detenuta dall’80% più povero dei nostri connazionali (31,4%). La posizione patrimoniale netta dell’1% più ricco (che deteneva a fine 2021 il 23,3% della ricchezza nazionale) valeva oltre 40 volte la ricchezza detenuta complessivamente dal 20% più povero della popolazione italiana. Il principale problema italiano è dunque quello delle disuguaglianze.

È del tutto inutile fare riferimento all'andamento del Pil se poi la composizione dello stesso Pil è questa, dove tutta la ricchezza è concentrata in poche mani. È altrettanto inutile parlare di politiche sociali nel nostro paese perché è evidente che non sono state in alcun modo sufficienti a contrastare le disuguaglianze.

Tali disuguaglianze sono state favorite decisamente invece dalla diffusione dei contratti atipici, dalla precarizzazione, dalla finanziarizzazione e dalla rilevante riduzione del carico fiscale per le fasce più alte di reddito. Parlare di tasse obbligherebbe a parlare di questo.

*Università di Pisa

© RIPRODUZIONE RISERVATA


 

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