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Maturità caos, Crepet: la scuola è fallita, l’esame è solo un atto burocratico

Maturità caos, Crepet: la scuola è fallita, l’esame è solo un atto burocratico

Lo psichiatra dopo il sondaggio che mostra la confusione degli studenti su date, tempi e modalità dell’esame: «A noi adulti non interessa il futuro, siamo concentrati sul presente»

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Parla di «una generazione perduta» lo psichiatra Paolo Crepet. Di «ragazzi che dimostrano il fallimento della scuola». Non c’è altro da dire, dopo il sondaggio che mostra la confusione degli studenti su date, tempi e modalità dell’esame a pochi giorni dalle prove.

Lei ha commentato subito questi dati come la «fine della scuola».

«Il sondaggio fa venire i brividi. E non è nemmeno colpa degli studenti, alla fine».

Di chi è la colpa, allora?

«A loro non interessa perché hanno capito che a noi non interessa. Se i ragazzi vedono che ai grandi non frega niente della scuola, che l’unica cosa che ci interessa è andare a parlare con i professori per avere la promozione anche se mio figlio non ha fatto niente, alla fine cosa ti inventi? Che la maturità è diventata una cosa importante? Ormai è un giochetto da quattro soldi».

Hanno un ruolo anche le famiglie.

«Certo. L’unica cosa che sembra interessare è che ai figli non venga un disturbo, non si stressino. E allora cos’ha detto il ministro? Non vi preoccupate, l’esame orale sarà una chiacchierata. Come dire: “Cari genitori, non dovete disperare perché tanto non succede niente”. Se fossi un diciottenne direi: “Bene, perché mi devo impegnare?”».

Ma gli adulti come hanno trasmesso questo disinteresse?

«Perché non ci interessa il futuro, ci interessa parecchio di più il presente. Fai un selfie e sei a posto. E quindi non investiamo su una cosa che non ci interessa. Nella scuola non abbiamo messo risorse, creatività, l’abbiamo lasciata morire. Allora è logico pensare che si possa stare bene come comunità anche senza scuola».

Ma prima com’era?

«Prima si premiava la preparazione, la scuola aveva un senso formativo e sociale. Noi siamo cresciuti a scuola, lì ci siamo innamorati, abbiamo costruito la nostra vita sociale. Ora hai Tinder, i social. Per quello avremmo dovuto tenere in vita la scuola come luogo di crescita, di stimolo, anche di provocazione, dove ti battevi con il professore con cui non andavi d’accordo».

E ora cosa è diventata? E con lei la maturità?

«Ora è un “diplomificio”, un simpatico luogo dove vai, non si sa bene per quale motivo. Se diventa una sorta di atto burocratico è ovvio che la maturità non vale nulla. Ai miei tempi si faceva a gara a chi stava più sveglio di notte, si facevano moche industriali di caffè, c’erano dei riti. Solo qualche anno fa c’era Venditti con la “Notte prima degli esami”. Ora non ha più senso se gli studenti non sanno quand’è l’esame».

Con quali conseguenze?

«Scivoliamo all’ottava, nona posizione come Paese. Non siamo credibili, non abbiamo una classe dirigente credibile, ci stiamo estinguendo perché non abbiamo più idee. Quelle nascono a scuola».

Eppure sono aumentati i disagi, gli attacchi di panico: questo non denota disinteresse.

«Sono aumentati gli attacchi di panico dei genitori. Poi la psicologia è semplice: se parli di depressione, alla fine diventi depresso, come una profezia che si auto avvera. Se hai l’ossessione, se tutti dicono di essere stressati, se poi si capisce che entrare dentro questa grande categoria psicopatologica conviene, perché ti abbonano qualsiasi cosa, quasi quasi lo divento anche io».

E la pandemia?

«L’abbiamo sofferta tutti, in primis i ragazzi. Ma sono passati due anni, è alle nostre spalle da tempo, e non è più utilizzabile come scusa».


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