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Uguali docenti di ruolo e supplenti: a tutti 500 euro per l’aggiornamento. La causa vinta da 4 docenti toscani

di Melania Carnevali
Uguali docenti di ruolo e supplenti: a tutti 500 euro per l’aggiornamento. La causa vinta da 4 docenti toscani

Ministero dell’Istruzione condannato a pagare il bonus a ogni insegnante

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MASSA. I supplenti svolgono lo stesso identico compito dei docenti di ruolo, quindi devono avere gli stessi diritti. Quella che sembra un’ovvietà, non lo è per il ministero dell’Istruzione che, con la legge 107 del 2015, ha stabilito che solo i docenti assunti a tempo indeterminato, che siano full-time (a tempo pieno) o part-time, hanno diritto a un bonus di 500 euro per l’aggiornamento professionale. Gli altri, no. Ma quattro docenti delle scuole di Massa Carrara hanno imbastito una causa civile contro il ministero, in direzione ostinata e contraria, mentre tutti dicevano loro che non avrebbero ottenuto niente. Invece hanno vinto. E ora hanno diritto a riscuotere gli stessi 500 euro dei colleghi con il posto fisso.

È una legge «discriminatoria», hanno detto le insegnanti chiamate dall’Ufficio scolastico provinciale a coprire posti vacanti nell’anno 2021/2022 e, in un caso, anche in quello precedente. Ed è discriminatoria anche per il giudice del lavoro che si è pronunciato sul caso. «Questa sostanziale equiparazione tra le due figure di dipendenti – si legge nella sentenza - diversamente connotati soltanto in ragione della durata del loro contratto, stride con la discriminazione effettuata nella normativa la quale riconosce il bonus al solo personale di ruolo». E aggiunge: «A ragionare diversamente si dovrebbe ipotizzare che l’attività svolta dai docenti precari possa essere caratterizzata da un minor grado di aggiornamento del personale docente, il che certamente risulterebbe irragionevole e in contrasto con il principio costituzionale di eguaglianza e finirebbe, in definitiva, anche con il ledere il diritto all’istruzione costituzionalmente garantito, considerando che si avrebbe un corpo docenti la cui formazione è differenziata a seconda della stabilità o meno del rapporto di lavoro».

Sul tema, d’altronde, si erano già pronunciati altri giudici. E tutti concordavano su un fatto: quella legge è sbagliata. È intervenuto dapprima il Consiglio di Stato con una sentenza del 2022, sottolineando che il contratto nazionale del lavoro, nel disciplinare gli obblighi di formazione, non distingue tra personale a tempo indeterminato e determinato. Con la legge del 2015, in altre parole, si crea un sistema di formazione a «doppia trazione»: quella dei docenti di ruolo la cui formazione è obbligatoria, permanente e strutturale e quindi sostenuta sotto il profilo economico dallo Stato con l’erogazione della carta del docente, e quella dei docenti non di ruolo, per i quali non ci sarebbe alcuna obbligatorietà e, dunque, alcun sostegno economico. Un sistema «incompatibile – secondo il Consiglio di Stato – con i precetti costituzionali fissati negli articoli 3, 35 e 97, sia per la discriminazione che determina a danno dei docenti non di ruolo, sia per la lesione del principio di buon andamento della pubblica amministrazione».

Subito dopo è intervenuta la Corte di giustizia europea, sottolineando che una diversità di trattamento debba essere suffragata dalla sussistenza di elementi «precisi e concreti» e che questi elementi non possano essere individuati nella mera natura temporanea del contratto. Infine si è pronunciata la Cassazione secondo cui il bonus di 500 euro sarebbe da attribuire al personale docente tout court, anche agli educatori. Il tribunale del lavoro ha quindi condannato il ministero «all’adozione delle attività propedeutiche e necessarie volte a consentire alla parte ricorrente il pieno godimento del beneficio medesimo». 
 

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