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Il fisco nell'idea di Meloni più che amico è connivente
Non intrusivo, semplificato e discreto: così immagina il governo il fisco riformato. Dietro però si cela un retrofront sul welfare sociale e sulla lotta alla diseguaglianze
L’architrave della riforma fiscale concepita nel disegno di legge delega presentato dal governo Meloni è quella del “fisco amico”
Non intrusivo, semplificato, discreto, che trasforma il contributo doveroso alle imposte, espressione del patto di cittadinanza fiscale, e il contenuto dell’articolo 53 della Costituzione in una sorta di atto di liberalità del contribuente, a cui non bisogna dare troppo fastidio, con buona pace delle tenuta del gettito fiscale e della progressività.
Questa idea si rafforza con il singolare inserimento nel decreto dedicato alle Bollette di una serie di norme che di fatto mutano il fisco “amico” in fisco “connivente”. Nel decreto in questione viene infatti introdotta la previsione di «cause speciali di non punibilità di alcuni reati tributari». In tal modo viene esplicitamente contemplata una sanatoria nei confronti di rilevanti reati fiscali che apre, peraltro, una strada per interpretazioni ulteriormente estensive della non punibilità persino dell’evasione conclamata, andando ben oltre il tema dell’evasione “per necessità”.
In tale ottica, lo stesso decreto Bollette ha provveduto ad allungare i tempi di scadenza della prima rata dei condoni dal 3 marzo al 31 ottobre 2023, mentre per il ravvedimento speciale sulle dichiarazioni validamente presentate per il periodo d’imposta al 31 dicembre 2021 e precedenti, la prima rata slitta dal 31 marzo al 30 settembre. Gli avvisi di accertamento, di rettifica e di liquidazione e gli atti di recupero non impugnati e ancora impugnabili al primo gennaio, diventati definitivi per mancata impugnazione tra il 2 gennaio ed il 15 febbraio, saranno poi definibili entro 30 giorni dall’entrata in vigore del decreto.
In termini formali è singolare che misure di questo genere, di chiaro carattere fiscale, siano inserite nel decreto dedicato alle Bollette energetiche e che tale inserimento sia giustificato, ancora una volta, con le ragioni dell’urgenza. Ma il dato sostanziale è ancora più rilevante. Il governo Meloni, in pochissimi mesi, ha dato un segnale chiarissimo per cui il consenso si costruisce sulla totale avversione nei confronti del fisco, considerato il peggior nemico dei cittadini che, da tale “cattivo usurpatore” devono essere difesi, utilizzando una narrazione in cui confluiscono il liberismo e il mito dello Stato leggero di matrice anglosassone e la più tradizionale ostilità nei confronti dei gabellieri.
Di fronte a una simile rivoluzione culturale, sarebbe indispensabile ribadire due punti centrali. Il primo è individuabile nel fatto che praticamente mai la riduzione del gettito ha partorito entrate per mantenere in piedi uno Stato sociale e anzi il “fisco amico e connivente” si è combinato con l’allargamento del perimetro delle privatizzazioni, nell’ambito di una logica dove anche le “semplificazioni” procedurali, spesso, sono servite a cancellare ogni forma di controllo, affidando le funzioni di verifica del corretto esito dei procedimenti ai risultati conseguiti sul mercato.
Il secondo è rappresentato dal definitivo abbandono dell’ambizione delle politiche pubbliche a svolgere compiti di contrasto delle disuguaglianze, consegnando al “fai da te” dei singoli individui le soluzioni per affrontare le difficoltà dell’esistenza quotidiana.
* Università di Pisa
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