Il Tirreno

Toscana

L’intervista

Jury: «Ho ucciso 500 russi con un kalashnikov del 1973. Prima vomitavo, ora non provo nulla»

di Melania Carnevali
Jury: «Ho ucciso 500 russi con un kalashnikov del 1973. Prima vomitavo, ora non provo nulla»

La nostra intervista a uno dei soldati ucraini impegnati al fronte dall’inizio della guerra

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Kramatorsk .Arriva alla reception con un piccolo zaino nero. Ha neve sul cappello, gli occhi gonfi e arrossati, le guance scavate. Sembra non dormire da anni. A voce bassa, quasi in sottovoce, chiede una stanza per una notte sola. Domani potrebbe già ripartire. «Probabilmente mi manderanno a Bakhmut», spiega Jury, che tutti chiamano “lo zingaro” per le sue origini gitane, 53 anni, uno dei soldati ucraini impegnati al fronte dall’inizio della guerra. È appena arrivato in questo hotel tre stelle a Kramatorsk, città capoluogo dell’oblast di Donestk, dove i soldati riposano prima di tornare in trincea. Jury accetta di parlare «perché non ho paura di nessuno, figuriamoci della stampa». Fa il check-in, poi si siede a un tavolo del bar, si versa un bicchiere d’acqua e dà il via: «Sono pronto».

Quando si è arruolato?

«La prima volta nel 2015. L’anno prima, quando è scoppiata la guerra del Donbass, ero entrato in un battaglione di volontari a Leopoli. Poi ho deciso di far parte dell’esercito. Sono andato in un centro di addestramento, quindi mi hanno mandato a Donetsk. Ogni tanto tornavo al centro di addestramento, mi fermavo un po’ e poi riandavo al fronte. Sono stato al centro anche come insegnante di tiro. Nel 2018 ho mollato l’esercito, non ne potevo più, e sono tornato a fare quello che facevo prima della guerra».

Cioè?

«Lavoravo nell’edilizia».

Ha deciso di arruolarsi di nuovo dopo l’invasione?

«No, prima: a gennaio. Le truppe russe erano già sul confine e io mi sentivo che sarebbe successo qualcosa, anche se il governo continuava a dire che non sarebbe successo nulla. Una volta arruolato mi hanno mandato al centro di addestramento di Dnipro e dicevo ai miei compagni “Preparatevi, perché sta succedendo qualcosa di brutto. Non ci credevano”».

Poi è successo…

«Già, mi hanno mandato di nuovo a Donetsk. Da lì ho seguito tutta la linea del fronte. Sono stato a Kherson, Kharkiv, Lugansk, anche a Bucha. Mai visti così tanti morti come a Bucha».

Si è ritrovato a combattere una guerra di trincea, come nella Prima guerra mondiale, magari con armamenti più innovativi...

«Nemmeno così tanto (Jury interrompe la domanda, nda). Abbiamo perlopiù mezzi e armi del periodo sovietico».

L’Occidente però si è mobilitato per mandarvi armi.

«Io non le ho viste. Dall’inizio della guerra ho un kalashnikov del 1973, ma funziona ancora bene. Ho ucciso almeno 500 russi con quello, poi ho smesso di contare. Senza considerare quelli uccisi con le mitragliatrici».

Cosa prova quando uccide un soldato?

«Niente. All’inizio vomitavo, ora non sento più alcuna emozione. Non le vedo nemmeno come persone, sono semplicemente obiettivi».

E si rende conto che non è normale?

«Nel cuore sì. Sento qui (e si tocca il petto, nda) qualcosa di pesante, ma la testa non risponde. Una volta mi sono esplosi due compagni accanto, il sangue mi è finito addosso. Io mi sono tolto il sangue dal viso e ho continuato a sparare come se niente fosse. Solo la sera ho realizzato quello che era successo. Mi sono trasformato in una macchina della morte: uccido per non morire. E sì, capisco che è sbagliato. Sono andato anche due volte da un prete per confessarmi ma non è servito a niente. La guerra ti trasforma, ti disumanizza. Anche perché viviamo come animali. Dormiamo all’aperto anche quando le temperature scendono sotto lo zero. Se siamo fortunati abbiamo una tettoia, altrimenti rimaniamo sotto le stelle, nel fango o nella neve, sopra materassini finissimi. Non possiamo lavarci, farci la barba è un lusso. Io una volta mi sono svegliato nel cuore della notte perché non sentivo più le gambe. Si erano congelate e non le muovevo più. Ho rischiato di perderle».

Eravate addestrati per questa guerra?

«No. All’inizio capitava che ci sparassimo addosso».

Cioè?

«Vede (prende due bicchieri e li mette uno davanti all’altro, nda), questa è la nostra trincea e questa è quella dei russi. Capitava che i nostri uscissero dalla trincea per andare verso quella dei russi e l’artiglieria dietro sbagliasse la mira. Ora non succede più».

Grazie all’addestramento dei soldati all’estero?

«Anche l’addestramento interno funziona».

Cosa sa della controffensiva?

«So dalle mie fonti tra gli ufficiali che ci sarà e a breve, ma non possiamo parlarne».

Gli armamenti inviati da altri paesi saranno sufficienti per la campagna?

«I mezzi pesanti consentiranno a Kiev di costruire unità di combattimento solide che potrebbero guidare l'offensiva. Ma le attuali forniture, stando ai calcoli fatti da noi soldati, ci consentiranno di costruire al massimo tre o quattro brigate. Non bastano. Ne servirebbero molte di più. Almeno dieci. Inoltre dovrebbero raddoppiare le truppe».

L'Ucraina prima dell’invasione aveva un esercito di circa 260.000 soldati, cresciuto a circa un milione di persone. Non bastano?

«Sono un milione per tutto il paese, non solo per la controffensiva. Inoltre non è sufficiente guardare il numero. Bisogna contare anche il livello di preparazione».

Vede la fine di questa guerra?

«Non la vedevo nel 2014 e non la vedo adesso».

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