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Dai cani all’uomo: perché la leishmaniosi in Toscana è in aumento

di Francesca Ferri

	Il flebotomo, insetto che trasmette la leishmanios
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Il flebotomo, insetto che trasmette la leishmanios

La diagnosi non è semplice, con sintomi comuni a molte altre patologie: febbre alta, vomito, diarrea e capogiri. E dietro c’è il cambiamento climatico

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Il signor Riccardo Turin ha 71 anni e abita a Marrucheti, un paesino in provincia di Grosseto. L’8 dicembre dell’anno scorso si è alzato con uno strano malessere addosso. Febbre altissima, vomito, diarrea, capogiri.

Dopo due giorni stava così male che la compagna, Aurelia, l’ha convinto ad andare al pronto soccorso dell’ospedale Misericordia di Grosseto. «Dieci anni fa avevo avuto un linfoma follicolare e i medici pensavano che si fosse ripresentato», racconta al Tirreno. Turin è entrato e uscito per due volte dall’ospedale senza essere guarito. La febbre si abbassava per qualche giorno, ma poi tornava: 39-40 gradi. Solo il 27 gennaio, al terzo ricovero e dopo una miriade di esami non risolutivi, è arrivata la diagnosi: leishmaniosi. «Come, “leishmaniosi”? Quella trasmessa dai pappataci che si sente dire nelle pubblicità in tv?», ha chiesto Riccardo ai medici. «Ma non viene solo ai cani?».

Leishmaniosi negli umani

La risposta è no, e Turin – che per la malattia ha rischiato di morire, ha perso 30 chili e ha ricominciato a fatica a camminare dopo un periodo con il deambulatore – non è l’unico, in Toscana, ad averlo scoperto in tempi recenti a proprie spese. Anche se è proprio grazie ai cani che ha potuto avere una diagnosi: «Una dottoressa, quando ero ricoverato, mi vide leggere un libro sui cani, ed ebbe l’intuizione. Mi hanno fatto le analisi, le hanno mandate a esaminare a Siena, e così è venuto fuori che avevo la leishmaniosi, e nella forma più grave. È solo grazie ai medici, e alla mia compagna, se sono ancora vivo».

I casi in Toscana

Solo in provincia di Grosseto dall’inizio dell’anno ci sono stati cinque casi (dati Asl sud-est), uno dei quali ha colpito un bambino che è stato ricoverato al Meyer di Firenze. L’Asl sud-est non ha fornito i dati relativi al 2022. Il Tirreno ne ha contati almeno altri tre, tutti riguardanti anziani (box sotto).

Sempre da gennaio ad oggi, altri due casi sono stati registrati uno all’Isola d’Elba, una persona senza fissa dimora, e uno nell’area delle Valli Etrusche seguito dall’Asl nord-ovest. Il dato più preoccupante, tuttavia, riguarda l’area dell’Asl centro dove (dati forniti dall’azienda sanitaria) si è passati dai tre casi nel 2019, ai due nel 2018, ai sei nel 2021, fino ai 18 nel 2022 e ai 9 nei primi tre mesi del 2023. Insomma, 27 casi negli ultimi 15 mesi.

Bambini e adolescenti

Particolarmente colpita, spiegano dall’Asl centro, sembra essere la fascia di età 5-16 anni. L’incremento è evidente e si tratta nella quasi totalità di leishmaniosi viscerali, ovvero la forma più grave rispetto alla forma cutanea, che scompare anche da sola o con una semplice medicazione.

Uomini e cani

«Il bello è che i miei cani sono sani – spiega Turin –. L’Asl è venuta a fare gli esami, e loro non hanno problemi. Quindi il pappatacio che mi ha punto deve aver succhiato il sangue infetto da un altro cane».

La leishmaniosi – è noto – colpisce per lo più i cani, che in Italia rappresentano il serbatoio principale del parassita. È trasmessa solo ed esclusivamente ad opera di un vettore biologico, il flebotomo, che tutti conoscono come pappatacio, insetto ematofago, cioè che si nutre di sangue, di 2-3 millimetri, simile a una piccola zanzara. Il flebotomo punge un cane infetto e poi pungendo un altro animale, o una persona, trasmette la malattia.

Nel cane la sintomatologia è variabile. A volte non ci sono sintomi evidenti; altre può esserci forfora, caduta del pelo, ulcerazioni localizzate, fino a insufficienza renale. Per proteggere i cani si usano gli antiparassitari ed è disponibile un vaccino.

Quanto agli umani, che la leishmaniosi li possa colpire non è una novità. Il problema è che fino a pochi anni fa, come riportato dal ministero della Salute – Direzione generale della Prevenzione sanitaria, in un rapporto dell’ottobre del 2020, i casi erano in diminuzione, in particolare quelli di leishmaniosi viscerale, perché le condizioni di vita della popolazione sono migliori che in passato. Oggi invece il trend si è invertito. Perché?

Cambiamento climatico

«Non è il caso di creare allarmismi, ma ad ogni modo il cambiamento climatico favorisce le condizioni ideali per il flebotomo», spiega Fabrizio Vitale, responsabile del Crenal, Centro di referenza nazionale della leishmaniosi con sede a Palermo. «A differenza della zanzara – spiega ancora – il flebotomo non necessita del circuito dell’acqua, ma predilige le situazioni aride. E la situazione attuale è proprio questa: le nostre mappe della sorveglianza lo fanno vedere molto bene. Perciò la leishmaniosi anche nelle persone sta diventando più frequente. E per questo la prima cosa da fare è controllare la popolazione canina, cioè il serbatoio animale, con un controllo capillare. Noi ci battiamo proprio perché ci siano piani di sorveglianza nel cane e, di questi tempi, anche nel gatto che sta diventando anch’esso un serbatoio per la leishmaniosi».

Italia, zona endemica

Non è un caso che il centro che monitora la malattia – negli animali – si trovi in Sicilia. «La Sicilia – spiega Vitale – con la Campania, il Grossetano e la zona ligure è una delle zone storicamente endemiche per leishmania».

Il Crenal è nato nel 2004 come centro di referenza nazionale per la leishmania e nel 2014 è stato scelto dal Woah (World organisation animal health) come laboratorio di riferimento per le malattie animali, l’unico in tutto il mondo, che fa attività di sorveglianza sugli animali su tutto il territorio nazionale ma collabora anche nella parte medica. «Proprio perché la Toscana, con il Grossetano, è zona storicamente endemica, il dato sulla Leishmaniosi secondo me non è una sorpresa. E dirò di più: ormai si può dire che l’Italia intera è zona endemica», spiega Vitale.

Diagnosi non immediate

La diffusione della leishmaniosi ha però una conseguenza da non sottovalutare.

«Di fronte a un paziente con febbre a 40 che non scende, un medico partenopeo capisce subito che può avere davanti un caso di leishmaniosi, perché in Campania è frequente – spiega Vitale –. Ricevo però molte telefonate da medici lombardi o di altre regioni, che fanno fatica a fare le diagnosi». E una diagnosi fatta in ritardo può essere fatale. «Preoccupa soprattutto la forma viscerale in cluster di rischio – spiega Vitale – cioè in soggetti depressi o con immunodeficienze naturali, ad esempio anziani o bambini».  l

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