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Nero su bianco

Il giudice nella sentenza scrive: «Renzi ci usa come bancomat, fa molte cause per sostentarsi»

di Pietro Barghigiani
Il giudice nella sentenza scrive: «Renzi ci usa come bancomat, fa molte cause per sostentarsi»

Il magistrato evidenzia il “vizio” di Renzi d’intentare cause per fare cassa. Respinta la richiesta danni dell’ex premier contro il Corriere ella Sera

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FIRENZE. Matteo Renzi contro Corriere della Sera: 0-1. Il leader di Italia Viva chiedeva 200mila euro di risarcimento per diffamazione e danni non patrimoniali dopo la pubblicazione di un articolo sull’inchiesta Open. Un danno provocato da notizie false, secondo la tesi del senatore fiorentino. Dopo la causa persa con Marco Travaglio (il volto di Renzi stampato su un rotolo di carta igienica apparso in video) a cui dovrà pagare 42mila euro di spese legali, arriva un secondo altolà alla via giudiziaria coltivata dal senatore nei confronti della stampa nei casi in cui ritiene di essere stato diffamato.

Richiesta respinta

Il Tribunale di Firenze ha respinto la richiesta danni presentata dall’ex premier. Con due sottolineature scritte dal giudice Susanna Zanda, la stessa del procedimento contro Travaglio. Una, con effetto pratico, è la condanna di Renzi a pagare 16mila euro di spese di lite a favore di chi aveva portato in giudizio seguendo una prassi che vede l’ex segretario dem nel ruolo di implacabile querelatore di giornalisti. Non solo Rcs, ma anche il direttore del Corsera, Luciano Fontana, e l’autrice dell’articolo Fiorenza Sarzanini.

«Tribunali bancomat»

La seconda è una chiosa con cui il magistrato assegna a Renzi una condotta assimilabile a chi ricorre alla lite temeraria come regola nella risoluzione dei conflitti. Insomma, è quasi un richiamo al “vizio” di intentare cause per fare cassa. Si legge nella sentenza: «La richiesta di ben 200mila euro, oltre alla plurima pubblicazione del dispositivo (almeno dieci, ndr) , che costerebbe circa la metà di tale importo, al di là della infondatezza della domanda, ha una palese ed ingiustificata carica deterrente, specie ove collocata nell’alveo delle iniziative, volte ad usare il Tribunale civile come una sorta di bancomat dal quale attingere somme per il proprio sostentamento, anche quando lo si coinvolge senza alcun fondamento».

Il casus belli

L’articolo che fece infuriare Renzi uscì il 4 dicembre 2019 sul Corriere della Sera a firma di Fiorenza Sarzanini. Il titolo era “Caso Open, nuove indagini sui soldi dati da Carrai a Renzi” con occhiello “L’accusa a Bianchi su carte prepagate e bonifici: usati a fini personali”. Per il senatore il pezzo, dal titolo al contenuto, era infarcito di falsità su quelli che erano ruoli e flussi di denaro nella Fondazione e chi la gestiva. Prima contestazione ritenuta non vera: «Il versamento degli incassi della Fondazione Open a Matteo Renzi»; seconda, «Bianchi e Carrai sarebbero indagati per finanziamento illecito per il fatto di aver versato dei denari della Fondazione Open a Matteo Renzi»; terza «falsa anche la notizia che Matteo Renzi abbia ricevuto un regalo per un ammontare di 20mila euro da parte di Marco Carrai».

Articolo corretto

Nell’excursus della vicenda il giudice riconosce la correttezza del lavoro della giornalista le cui fonti, documentali, rappresentano un dato storico che dà conto di un’indagine. È quella condotta dalla Guardia di finanza sulla segnalazione dell’Uif (Unità di Informazione Finanziaria) , organismo della Banca d’Italia dedicato al contrasto del riciclaggio. «L’articolo rispetta il canone della verità in quanto esprime esattamente il contenuto della nota informativa dell’ufficio di intelligence finanziario – scrive il giudice – . La dicitura finale “regalo fatto a Renzi” non è diffamatoria perché nel titolo del paragrafo è chiaramente scritto “prestiti” ed in ogni caso un prestito infruttifero potrebbe essere ritenuto una forma di donazione per gli interessi mancati, interessi che normalmente si collegano ai prestiti, anche tra privati, per cui si ritiene che non risultino integrati gli elementi oggettivo e soggettivo della diffamazione aggravata».

Le indagini

E anche sul fronte penale non vengono evidenziate sbavature diffamatorie «in quanto dagli atti è emerso che la Procura stava svolgendo all’epoca indagini sulla Fondazione Open, per l’ipotesi delittuosa di finanziamento illecito ai partiti; in particolare risultavano già emessi vari decreti di perquisizione sugli immobili dell’indagato – il rappresentante legale della Fondazione Open avvocato Alberto Bianchi di Pistoia -, sulla base della ipotesi investigativa che la Fondazione Open fosse non già un organismo avente gli scopi dichiarati, ma fosse un’articolazione politica destinata a supportare la campagna politica di Renzi Matteo, sia per la sua attività di sindaco di Firenze che per quella successiva, compresa la campagna del SI referendario».

Fedeltà ai fatti

Il Corsera ha riportato il contenuto di alcuni atti di indagine da cui sono state tratte le notizie che Renzi ha considerato false e diffamatorie. «Dunque, la giornalista ha fatto affidamento su una fonte particolarmente qualificata e non aveva alcun ulteriore onere di controllo» ribadisce il Tribunale sull’attività della Sarzanini che aveva «giustificatamente ravvisato anche un interesse pubblico alla diffusione, perché il finanziamento di un partito, di una corrente partitica, o di un uomo politico, sono fatti di interesse pubblico, e ciò proprio per il controllo sociale e la trasparenza del funzionamento delle attività istituzionali democratiche». Articolo legittimo, corretto e «Renzi non deve usare i Tribunali come bancomat» è la bacchettata finale del giudice.l

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