Il Tirreno

Toscana

Le idee

Se il Parlamento non è più centrale

di Emanuele Rossi

L’approvazione della legge di bilancio e il ruolo (sminuito) delle Camere

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La legge di bilancio appena approvata è una legge non soltanto necessaria, ma anche annuale, che dovrebbe essere approvata ed entrare in vigore entro il 31 dicembre. Quest’anno il suo esame è partito dalla Camera. 

E' di prassi l’alternanza tra Camera e Senato per la prima lettura, che di fatto diventa l’unica. L’esame è iniziato in Commissione il 6 dicembre.

La discussione in Assemblea ha preso avvio il 22 e si è conclusa il 24 dicembre, con l’approvazione. Il 27 è passata al Senato, che l’ha approvata il 29. In poco più di una ventina di giorni, dunque, i due rami del Parlamento l’hanno esaminata, discussa ed approvata. Un testo, peraltro, particolarmente articolato e complesso.

La legge di quest’anno è composta da 21 articoli, di cui il primo si articola in ben 903 commi (a seguito dell’apposizione della questione di fiducia).

Ma forse, più che dei commi può essere interessante considerare il numero delle pagine: il disegno di legge consta di 370 pagine, cui devono aggiungersi 485 pagine di allegati, più 900 sullo stato di previsione e 1038 di Nota di variazione. E fin qui siamo a 2793 pagine.

Poi vi sono gli stati di previsione dell’entrata con relativa nota di variazione (e sono altre 2130 pagine), cui seguono le tabelle con gli stati di previsione dei singoli ministeri (per avere un’idea, solo quello del Ministero dell’economia si articola in 2602 pagine complessive).

Sarebbe interessante fare un calcolo su quanto, di questa montagna di carte, un parlamentare possa riuscire a leggere nelle 48 ore circa in cui il testo circola tra le sue mani (essendo al contempo impegnato ad approvare emendamenti, a discutere sui testi, ecc.): ma sarebbe evidentemente un gioco al massacro, anche perché una buona parte di quelle pagine contengono dati tecnici che quasi nessuno riesce a comprendere.

Detto questo, un problema comunque esiste, e riguarda il ruolo del Parlamento (e quindi della sovranità popolare, è bene ricordare) nella legge più rilevante per la vita del Paese. Un Parlamento che di fatto diventa monocamerale, in quanto una delle due Camere (questa volta, il Senato) non ha alcuna possibilità di modificare il testo, e l’altra che può proporre qualche emendamento qua e là, ma deve confidare nella benevolenza del Governo che lo inserisca all’interno del maxi-emendamento sui cui sarà posta la questione di fiducia.

A fronte di tutto ciò, sta il monito della Corte costituzionale del 2019, quando richiamò “l’attenzione sulla necessità che il ruolo riservato dalla Costituzione al Parlamento nel procedimento di formazione delle leggi sia non solo osservato nominalmente, ma rispettato nel suo significato sostanziale (…) sul presupposto che vi sia un’ampia possibilità di contribuire, per tutti i rappresentanti, alla formazione della volontà legislativa. Ciò vale in particolare in riferimento all’approvazione della legge di bilancio annuale, in cui si concentrano le fondamentali scelte di indirizzo politico”.

Sia chiaro: il problema non è di ora, e non riguarda soltanto questo Governo e questa maggioranza, i quali hanno semplicemente dimostrato di essere esattamente come, e forse anche un po’ peggio, degli altri che li hanno preceduti, i quali per questa ragione venivano censurati da chi oggi si comporta allo stesso modo.

“Democrazia parlamentare significa che il Parlamento decide, democrazia parlamentare significa che il Parlamento è centrale. E, di grazia, posso chiedervi dov’è la democrazia parlamentare nel momento in cui il Parlamento non può discutere la legge di bilancio, che vi segnalo essere la prima prerogativa dei Parlamenti dalla fine delle monarchie assolute e, quindi, più o meno, dal XVII secolo (Applausi dei deputati del gruppo Fratelli d'Italia)? Perché, se al Parlamento gli togliete la legge di bilancio, vi comunico che la democrazia parlamentare non c’è e non c’è nemmeno il Parlamento” (Camera dei deputati, intervento di Giorgia Meloni nella seduta n. 282 di lunedì 23 dicembre 2019).

Ricordate Dante? “Né pentere e volere insieme puossi, per la contradizion che nol consente”. l

*Professore ordinario

di Diritto Costituzionale

alla Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa

© RIPRODUZIONE RISERVATA

 

 

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