Il Tirreno

Toscana

L’intervista

Mostra sul femminicidio revocata, l'artista: «Una censura, il tribunale sapeva cosa avrei esposto»

Stefano Taglione
Alcuni dei volti dei killer delle donne
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Alcuni dei volti dei killer delle donne

Livorno, Alessandro Fruzzetti spiega di aver ottenuto le autorizzazioni: «Nessuno può dirsi sorpreso, sono state anche fatte delle revisioni»

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LIVORNO. «Sì, la decisione del presidente del tribunale può essere tradotta in una vera e propria censura. In ogni caso comprendo la motivazione, visto che mi hanno spiegato che il problema non è la mia arte, ma il luogo dove l’ho presentata. L’atrio del palazzo di giustizia è stato dichiarato inidoneo, ma a scanso di equivoci voglio chiarire che la mia esposizione era stata preventivamente autorizzata e al tribunale avevo mandato tutte le foto e i testi. Chi ha dato l’ok era perfettamente a conoscenza di ciò che ospitava, per loro nessuna sorpresa e sono state anche effettuate delle revisioni».

A parlare è Alessandro Fruzzetti, il fotografo e artista cinquantunenne di Collesalvetti (in provincia di Livorno) finito al centro delle polemiche per la sua mostra contro la violenza sulle donne. Divisa in due percorsi – uno nella sede civile del tribunale e l’altro nella sede penale – il primo è intitolato “Il (dis)valore delle donne” e critica le pubblicità sessiste con immagini accartocciate, mentre il secondo (dal titolo “Padroni”) è quello (e l’unico) finito nella bufera per le foto degli assassini esposti in primo piano, uno dei quali anche con la faccia tagliata in due, nell’atrio dove passano anche gli imputati nei processi.

Fruzzetti, la sua mostra è stata chiusa dopo nemmeno 24 ore dall’inaugurazione, che per altro si era svolta a metà. Si aspettava di alimentare queste polemiche?

«Io sono un artista e cerco sempre di trasmettere i messaggi affidandomi alla realtà. La Camera civile e il comitato delle pari opportunità dell’Ordine degli avvocati di Livorno mi avevano chiesto la disponibilità a esporre in tribunale, il presidente ha accettato e io ho fornito le mie opere. La revoca, francamente, non me la spiego».

Cosa ne pensa?

«Che, anche se comprendo le motivazioni di questa decisione, è una censura».

Ha parlato con il presidente del tribunale?

«No, né con lui, né con gli avvocati che hanno protestato. Gli unici miei interlocutori sono stati i referenti della Camera civile e quelli del comitato pari opportunità dell’Ordine».

È rammaricato?

«No. Sono sereno, perché il messaggio che volevo trasmettere così è arrivato fortissimo. Mi dispiace solamente che le persone si siano concentrate sui volti degli assassini, mentre nessuno abbia speso una parola per le vittime dei femminicidi».

Come ha selezionato le dieci facce dei killer?

«Ho studiato la distribuzione geografica dei femminicidi in Italia: ce ne sono più al Nord, quindi i casi di cronaca prevalenti nella mia opera sono quelli del settentrione. Non ho chiesto ovviamente alcun permesso, limitandomi a inserire dei volti già abbondantemente ritratti su quotidiani e siti Internet».

Sono tutti condannati in via definitiva?

«Quelli vivi sì, alcuni invece sono morti. Anche suicidati».

Crede che il palazzo di giustizia fosse il posto giusto dove esporre?

«Non spetta a me deciderlo: mi è stato chiesto di farlo, c’è stata un’autorizzazione e io ho eseguito le direttive. È stata la prima volta che questa mostra varcava i confini di un tribunale. In precedenza avevo esposto nella galleria d’arte “Movimento aperto” di Napoli e in una biblioteca».

Il tribunale può aver sottovalutato la portata di queste immagini. Qualcuno secondo lei le aveva viste prima?

«Certo. Io avevo inviato testi e foto prima di iniziare l’esposizione. È da un anno che ci stiamo lavorando, mica da ieri…».

Come spiega quindi questo dietrofront?

«Il tribunale ha riconosciuto il valore artistico dell’opera, questo per me è l’importante, però ha assecondato i penalisti che hanno protestato».

Ha in mente di esporre altrove?

«Il capitolo tribunale è ovviamente chiuso, continuerà con la mostra al civile e basta. Io non propongo mai i miei lavori, sono gli altri a contattarmi. Spero di portare la mia opera in un museo». 
 

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