Dentro il festival
L'assessora Alessandra Nardini: «Resto in Regione, niente parlamento europeo»
L'intervista: «È la scelta di non tradire l’impegno preso con chi mi ha votata»
“Vado per il mio cammino; / esso conduce per un pezzo lontano / e pure verso casa”. Una sedia si occupa a Roma e una si libera a Strasburgo. Mentre una resta ferma a Firenze. Robert Walser era un poeta appartato, amante dell’isolamento, in apparenza quanto di più lontano dal continuo movimento della politica. Eppure, il dualismo tra movimento e casa dei versi in apertura ritorna utile per raccontare la “non” scelta dell'assessora regionale Alessandra Nardini di diventare parlamentare europea.
La sedia che si libera a Strasburgo è quella di Simona Bonafè, parlamentare europea appunto, candidata alle prossime politiche e praticamente certa di andare a Roma. Quel posto, per scorrimento della lista, sarebbe andato alla candidata non eletta con più voti: Alessandra Nardini, assessora regionale a Lavoro, Istruzione e Pari Opportunità (e molte altre deleghe). Che però ha deciso di rimanere al suo posto. E no, c’è da correggersi: si tratta di una scelta. «È la scelta di non tradire l’impegno preso con chi mi ha votata».
Assessora, si è aperta per lei la possibilità di andare al Parlamento Europeo. È un’occasione importante, in uno scenario dal respiro internazionale. Davvero ha detto di no?
«Io mi sono candidata alle Europee nel 2019 e l’ho fatto perché il partito chiese a me come ad altri candidati con buon radicamento territoriale e un chiaro profilo di sinistra di mettersi a disposizione. Quella era la stagione in cui la Lega di Matteo Salvini era oltre il 30%. Era necessario il massimo sforzo. Da allora la situazione è cambiata»
È arrivata un’elezione in consiglio regionale con oltre 15mila preferenze.
«Esatto. Tante cittadine e cittadini del collegio pisano mi hanno confermata in Regione. E il presidente Eugenio Giani ha voluto darmi delle deleghe importanti, ancora più nella fase di crisi e difficoltà che stiamo attraversando. Quindi io credo che sia una questione di serietà quella di non saltare da un incarico all’altro, ma di portare a termine il mio lavoro».
Eppure pare che al termine del mandato di subentro alla Bonafè, che durerà ancora un anno e mezzo, i vertici del partito le avessero proposto una ricandidatura in una posizione sicura. Non è stata tentata?
«È stata una scelta non banale, ma non ho avuto dubbi. Ho rinunciato a un incarico che in molti considerano più prestigioso ma credo che sia più serio continuare il lavoro cominciato in Regione».
Insomma ha voluto mettere in pratica il richiamo alla “responsabilità” .
«Il post-covid, la guerra in corso e il caro energia sono situazioni che davvero mettono a dura prova il nostro Paese e di conseguenza anche la nostra regione. So bene che nessuno è insostituibile, ma è un fatto che in questi due anni abbiamo costruito un clima di concertazione con tutte le parti sociali che sta aiutando ad affrontare questa fase complicata».
È un no che porta lontano? Intendo dire: quali sono i progetti da portare a termine in Toscana?
«Credo che non ci sia nient’altro di più importante del lavoro, del diritto allo studio, della formazione e del sostegno alle persone più in difficoltà. Oltre all'impegno per contrastare le disuguaglianze di genere, territoriali e generazionali».
Qualche esempio?
«Per quanto riguarda formazione e politiche attive del lavoro c'è la messa a terra del Pnrr, con oltre 50 milioni per questa prima tranche, a cui si aggiungono i quasi 54 milioni del Patto per il Lavoro e l'impegno per rafforzare la rete dei centri per l'impiego. Ci sono poi le oltre 50 situazioni di crisi aziendale o criticità che stiamo seguendo e che coinvolgono circa 15.000 lavoratrici e lavoratori. Aggiungo gli investimenti sul diritto allo studio, per il contrasto di abbandono e dispersione scolastica, gli interventi per favorire l'inclusione e la promozione della parità di genere».
Come ha preso la sua scelta il presidente Giani?
«Il presidente ha risposto qualche settimana fa proprio al vostro giornale dicendo che si augurava che io potessi continuare il mio lavoro in Regione. Tra noi si è instaurato un buon clima di fiducia e collaborazione».
Le sue deleghe sono quelle dove più è marcata la differenza tra la sua area e quella di centrodestra. In caso di vittoria dei vostri avversari non teme che sarà tutto quanto più complicato?
«La partita è aperta e, a differenza di quello che ci raccontano in molti collegi, il gap è poco, di fatto sono ancora contendibili. A destra stanno emergendo tante divisioni, per esempio sulle sanzioni alla Russia. Loro vogliono rimettere in discussione il Pnrr, impedire l'introduzione del salario minimo, abolire il reddito di cittadinanza, in pratica farci tornare indietro sui diritti. Il nostro programma, invece, su diritti e lavoro è avanzatissimo: ho molto apprezzato, ad esempio, la chiara archiviazione del Jobs Act...».
La interrompo: forse un po’ tardi per gli elettori? In fondo fu il Pd a volerlo.
«E sono state elettrici ed elettori a bocciare quel Pd, di profilo liberista temperato. Da lì è iniziato e c’è stato un grande cambiamento prima con Zingaretti e poi con Letta. Più che di agenda Draghi, parlerei di agenda Orlando, visto che è stato lui ad aver portato avanti i provvedimenti più avanzati su lavoro e politiche sociali, ripresi in modo chiaro nel nostro programma elettorale».
Insomma resta a casa per andare lontano.
«Resto per continuare e portare avanti il mio lavoro e il mio impegno per la Toscana».
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