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Toscana

L'inchiesta

Elezioni, quel Pd smacchiato del rosso: ecco la lista dei compagni “epurati”

Mario Neri
Da sinistra in alto: Martini, Ruggeri, Simoni, Filippeschi, Manciulli, Ferrucci
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Da sinistra in alto: Martini, Ruggeri, Simoni, Filippeschi, Manciulli, Ferrucci

L'INCHIESTA. «Ma quale derenzizzazione...»: a sparire è l’area proveniente dai Ds-Pds. Nelle candidature di Letta non ce n’è traccia, molti si sono trovati un lavoro

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FIRENZE. Fermi fermi fermi. Pioviggina, strada irlandese, fumo e nebbia. Roba parecchio operaia, insomma. E Marco Ruggeri ha appena inchiodato. L’ex consigliere regionale, un botto ex, è in vacanza con la famiglia. «Mi chiedi della classe dirigente Ds toscana e io sto guidando sulla corsia di sinistra. Aspetta che accosto». In effetti per uno come lui dev’essere come prendere fiato prima di un’immersione. Si torna in apnea ai tempi della Ditta. Esatto, quella lì, la tradizione azzerata dal lanciafiamme di Matteo Renzi, la vecchia armata giaguara smacchiata da anni e anni di Leopolda e rottamazione.

Ché da giorni nei cunicoli dem, di soppiatto fra candidati scornati col leader per i collegi poco sicuri, e sui giornali a grandi titoloni, impazza una tesi balzana, una narrazione dominante: la ditta, anzi la filiera bersanian-dalemiana è tornata. Enrico Letta avrebbe derenzizzato il partito e spostato l’asse a sinistra. Eppure, ecco, nessuno o quasi dei "comunisti perduti" è stato recuperato dalla rete di salvataggio lettiana. «Dé, ma se ci son quasi tutti ex renziani. Vabbè, siamo tornati a la-vo-ra-re, noi si lavora», dice Ruggeri, che l’ultimo faccia a faccia con le elezioni l’ha avuto nel 2016. Candidato sindaco, una tranvata senza precedenti. La Livorno del Pci e di Gramsci passata ai grillini di Filippo Nogarin. Sembra Jurassic Park ormai. È tornato all’Eni, a fare l’operaio. Ruggeri dice di «incazzarsi» se pensa al Pd soprattutto per «l’improvvisazione» e perché «ognuno pensa solo a sé e a garantirsi la rielezione al prossimo giro».

Ma questa storia del partito iper-progressista e, ohibò, piegato al massimalismo non piace mica ai vecchi giaguari. Anche perché son stati tutti lasciati a casa. «Io sono ancora comunista, ma non mi sento perduto», dice Franco Ceccuzzi, ex primo cittadino di Siena, che nel 2011 si dimise, tradito dalla sua maggioranza. Erano le prime maglie rotte nella rete. Anche lui travolto dalla piena di Renzi. Nessuno che sia riuscito a balzar fuori, fuggito e oggi riemerso. Ormai è tutto un rovello di ricordi e rancori di qua dall’erto muro del partito. «Letta è di sinistra sui diritti civili, ma sui diritti sociali c’è un po’ poco, mi pare, e D’Alema era ed è un comunista riformista eh, mica un massimalista», dice Elisa Simoni, ex deputata e assessora provinciale del Valdarno. Neppure un frullo di quella stagione, in pratica, sarebbe nel programma dei democratici e progressisti. La Ditta resta un morto viluppo di memorie, non orto di speranze, ma reliquiario.

«Se qualcuno mi ha chiesto di candidarmi? – riprende Ceccuzzi – Ma no. E comunque non è mica obbligatorio, una classe dirigente non può restare in sella per 30 anni». Ma è vero che Letta ha spostato l’asse a sinistra? «Ho una formazione umanistica». Eh? «Ci vorrebbero gli strumenti del geometra per stabilirlo». Insomma, il goniometro del Nazareno non ha segnato neppure un grado di rosso. «No no no, io ho tirato giù i’ bandone, non partecipo più a riunioni di partito da anni, continuo ad avere la tessera per senso di comunità», si schermisce Claudio Martini e basterebbe questo per dare la misura dell’amarezza. L’ex presidente della Toscana, a un mese dall’invasione in Ucraina, firmò un appello alla pace con Enrico Rossi, Vannino Chiti, Rosy Bindi. «La pace è una cosa, ma non mi occupo più di liste, mi hanno detto qualcosa, non ho ben capito». Quel qualcosa è il caos scoppiato nella sua Prato per il paracadutato Nannicini (un ex enfant prodige della Leopolda pure lui), col Pd locale incapace di esprimere un nome del territorio a causa delle faide interne. Il ministro Franceschini e il Valdarno e la Valdisieve avevano fatto compatti il nome della Simoni. «Certo che vengo dai Ds, Marina Sereni è stata la mia maestra. Mi avevano chiesto la disponibilità e l’avevo data». Niente, esclusa. I collegi fiorentini, le sole roccaforti rimaste, sono andati ai fedelissimi del nardellismo. «Dalle candidature toscane io questo riposizionamento non lo vedo. Di quella tradizione sono stati schierati Rossi, Vincenzo Ceccarelli e Emiliano Fossi. I primi due in collegi contendibili. Semmai vincessimo ad Arezzo e a Siena e Grosseto, sarebbe per merito loro. Ecco, non vorrei che dopo il 26 settembre, di fronte a una sconfitta, qualcuno sfruttasse la narrazione del partito spostato a sinistra per andare a destra. No, perché la sinistra dov’è?».

Vabbè, c’è pure Ylenia Zambito, direte, l’ex assessora pisana blindata nel listino. Ma quella è lettiana in purezza, al Lingotto votò per l’Enrico ex Dc. Che poi si fa presto a dire che tutti quelli come la Simoni siano stati rispediti a lavorare dalle sconfitte e dalla rottamazione, travolti dalla retorica gentista e anti-casta, bramosa di vedere un giorno tutti gli spocchiosi e sussiegosi uomini e donne d’apparato, grattachecche e fichetti del Pd a respirare un po’ di polverosa e ruvida realtà. Altro che comunisti col cachemire. Il lavoro, il mitologico lavoro alcuni della "ditta" in questi anni l’hanno conosciuto davvero. Stanno sereni. E lavorano, appunto. Roba da duri.

Simoni non fu rieletta nel marzo 2018 e dal luglio di quell’anno è una manager di relazioni esterne per una multinazionale. Alessio Antonelli, ex sindaco di Cascina sconfitto dalla leghista Susanna Ceccardi, va in giro con gli Apini a vendere panini gourmet. Certo, alcuni non se la passano male, il partito ha fatto da cuscinetto. Fabio Incatasciato, fiesolano ed ex segretario metropolitano, è impiegato a Casa spa, partecipata di Palazzo Vecchio. Ivan Ferrucci, ex segretario regionale, lavora per Legacoop. «La componente della sinistra rafforzata? Ma dove? Io dal 2015 sto bene dove sono. Certo, nel partito in cui sono cresciuto si diceva "Noi", ora è tutto un "io, io, io"». Andrea Manciulli, ex segretario regionale ed ex deputato, è responsabile relazioni istituzionali della Fondazione MedOr, vicina a Leonardo. Leonardo Domenici, ex sindaco di Firenze, no, non lavora. Non in quel senso, ecco: vive fra Toscana e Parigi e scrive poesie. Ha da poco pubblicato una raccolta, Percorso di parole. Andrea Barducci, ex presidente della provincia di Firenze, è amministratore di un’azienda privata. E pure lui ammette che «c’è del disagio». «Ho visto qualcuno contestare a Letta di aver "epurato" i riformisti per rifare i Ds» (non lo dice ma il riferimento è a Rosa Maria Di Giorgi, deputata ex renziana non riconfermata insieme a Luca Lotti, ndr). «Ecco, fatemelo dire». Dica: «È una grandissima puttanata».

Si sente invece «parecchio a casa» Marco Filippeschi. Da quando non è più sindaco e Pisa è in mano alla Lega lavora come dirigente per la Lega delle autonomie locali. «Ufficio davanti a Botteghe Oscure». Due anni fa, per le Regionali, un sondaggio lo dava davanti di 22 punti a tutti i consiglieri pisani. «Non mi hanno candidato». A questo giro non l’hanno neppure sondato. «Il partito è lontanissimo da quella tradizione, non parliamo più col sindacato, la nostra base sociale di riferimento non è più quella popolare. E non c’è un messaggio che parli a chi non ci vota più o addirittura a chi ha scelto la destra. Per questo è stato un errore non ostacolare la scissione di Di Maio e spingere Conte sulla china della rottura con Draghi». Più o meno le stesse cose sotto la Torre le dice Paolo Fontanelli, il baffo dalemiano passato con ArticoloUno a cui gli ex renziani schierati sui collegi pisani stanno elemosinando un po’ di truppe cammellate.

Qualche vecchio Ds tiene ancora una chat. In questi giorni va forte una card: c’è la mappa del governo dei capoluoghi della Toscana del 2013. Solo Prato era azzurra. «Sì ma se la Toscana rossa si è sgretolata è anche per responsabilità di quella classe dirigente, Matteo non lo sostenevano solo i poteri forti della finanza. Anche i vecchi partigiani dicevano "bravo quel giovanotto"», ricorda Simoni. Insomma, i rossi si son smacchiati da soli.

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