Il presidio
Tra Ambra Sabatini e i pugni all'arbitro: l'abissale distanza etica in 200 chilometri
Intanto colpisce la differenza tra la poca distanza geografica e l’abissale distanza etica. Un ideale triangolo lungo meno di 200 chilometri unisce Livorno, dov’è nata Ambra Sabatini (la prima sotto i 30’’ nei 200 metri paralimpici), a Piombino e Peretola. Qui sabato le cronache sportive (ma è arduo chiamarle così) hanno fatto registrare una sarabanda di botte e insulti tra adulti ai campi di calcio in cui si esibivano – sportivamente – ragazzini minorenni.
La storia di Ambra è di quelle che vanno scolpite nel marmo a caratteri d’oro: atleta promettente, nel 2019, a 17 anni, perde una gamba mentre col babbo va all’allenamento in motorino. Un anno dopo torna in pista con protesi e nel 2021 è campionessa olimpica a Tokyo.
Invece non sappiamo niente del trentaquattrenne di Firenze che ha cercato di picchiare l’arbitro che aveva ammonito il figlio durante una partita tra under 14 a Peretola. Anzi, una cosa la sappiamo: che aveva dei precedenti penali, e che dunque la sua follia di un pomeriggio calcistico rischia di costargli cara. Ancora meno sappiamo delle due donne finite al pronto soccorso a Piombino al termine di una rissa tra genitori scatenata da un rigore durante Salivoli-Academy Livorno (Allievi). Ma ci sono casi in cui non sapere, stendere un bel velo pietoso, è meglio che sapere, e questo è uno di quei casi.
Eppure parliamo sempre di sport, parola che deriva dal francese antico desport, che in italiano si traduce diporto, cioè svago, divertimento, distrazione. Poi certo, lo sport è anche fatica, sudore, sacrificio, come ben sa la campionessa Ambra e come speriamo sappiano, malgrado i genitori, i giovanissimi calciatori che sabato a Piombino e Peretola hanno fatto da affranta cornice alle botte dei sedicenti adulti. Ed è proprio il sacrifico degli allenamenti che rende bello lo sfrecciare veloce come il vento sulle gambe che il destino ti ha dato; o calpestare il verde del prato con un pallone tra i piedi, con addosso la maglia della tua squadra.
Desport, appunto, diporto. Questo è lo sport, e sempre dovrebbe esserlo. Se però tra un sabato e una domenica, tra Livorno, Piombino e Peretola, lo sport ti consegna storie così diverse, e ti sbatte in faccia quasi nello stesso momento tutto il suo bene e tutto il suo male, allora sei costretto a riflettere. Magari sul fatto che non c’è ormai nessun ambito della società umana che sia al riparo dalle tensioni, dalle volgarità, dalla pesantezza che tutto pervade e tutto inquina. E tuttavia dobbiamo andare oltre, e non rassegnarci. Lo sport, come la vita, somiglia al cassetto che ognuno di noi ha in casa, quello in cui c’è di tutto, dalle utilissime pile di riserva al vecchio nastro adesivo che non attacca più. Un caos privo di senso, a meno che non riusciamo a dargliene uno noi.
Per farlo, o sperare di farlo, dobbiamo tutti ripetere la lezione di Calvino, che parlava d’inferno ma si applica anche alla modesta confusione delle nostre vite: imparare a cercare e saper riconoscere nel caos ciò che caos non è, e farlo durare, e dargli spazio.
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