Il presidio
Evviva il Brigidino: ora c'è la certificazione che esalta il dolce nato per sbaglio
L’ostia dorata è stata riconosciuta tra i prodotti agroalimentari tradizionali (Pat) toscani. Una sorta di carta d’identità che la piazza di diritto nel Gotha dei sapori
LAMPORECCHIO. Il gastronomo Pellegrino Artusi inserì la cialda croccante tipica di Lamporecchio, in provincia di Pistoia, nel suo libro di ricette per eccellenza ( “La scienza in cucina”) . E la definì – già nel 1891 – «un trastullo speciale della Toscana». Un dolce per sbaglio, nato da un errore delle suore brigidine nel preparare l’impasto, diventato delizia.
Più di 130 anni dopo, quell’ostia dorata è stata riconosciuta tra i prodotti agroalimentari tradizionali (Pat) toscani. Una sorta di carta d’identità che la piazza di diritto nel Gotha dei sapori. E a ragione. Il Brigidino non è solo un dolce. No. È un misto tra leggenda, storia e passione. Oltre che una parte significativa del tessuto economico di Lamporecchio: tre sono i produttori, una settantina gli ambulanti che, ogni anno, ne “sfornano” 223 tonnellate.
Ma è anche quell’odore di anice che si diffonde nell’aria, il rumore della macchina a stantuffo (la cosiddetta “giostra”) che li produce in sottofondo. In mezzo alla folla, tra la confusione. I bambini si avvicinano ai banchi, attratti dal loro profumo.
Ed eccoli, con il sacchetto in mano, sulle giostre, durante la fiera di Lamporecchio, ad agosto. Altro che zucchero filato, molto meglio delle caramelle. Perché anche questo era la fiera di Lamporecchio: il grande carro che sfila per la via centrale, la banda con le majorette, le ballerine con vistosi copricapo di piume, i pacchi di Brigidini lanciati tra la folla accalcata ai margini della strada, pronta a prenderli. Un trionfo. Il tempo passa, le tradizioni cambiano. La fiera, oggi, c’è ancora, ma la pandemia ha costretto a rivedere i piani. I sapori di quel dolce, però, restano, frutto della fusione tra ingredienti semplici: uova, zucchero, farina. E un pizzico di anice, il tocco che rende il Brigidino inconfondibile. Sono sempre gli stessi, da secoli. Dolci nati per sbaglio – narra la tradizione – dalla mano delle suore devote a Santa Brigida, che producevano le ostie per la comunione. Quella volta (per errore o forse per caso) aggiunsero nuovi ingredienti e fu l’inizio di tutto.
Prima i Brigidini si facevano con le piastre, oggi ci sono le macchine. Ma il sapore si è conservato intatto, nei secoli. «Dall’amena bellezza delle salite del Montalbano e delle colline che ispirarono il genio di Leonardo Da Vinci», sottolinea il presidente della Regione, Eugenio Giani. Che, venerdì 15 aprile, ha annunciato l’ingresso del Brigidino nell’elenco nazionale dei prodotti agroalimentari tradizionali (Pat) della Toscana. Un percorso avviato dal Comune di Lamporecchio con i produttori, le associazioni di categoria e i maestri brigidinai a fine estate 2021. A dicembre, poi, la Regione ha adottato il decreto con cui ha aggiornato la scheda del Brigidino, trasmettendola al ministero delle Politiche agricole e forestali per la pubblicazione nell’elenco nazionale. «Il Brigidino è espressione di un dolce squisito in Italia e nel mondo», conclude Giani. Ma è – e resterà – soprattutto un simbolo dell’infanzia di molti.
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