Kiev chiama, l'Unione Europea ora risponda
In uno scenario così precario e incerto i dirigenti ucraini subordinano la possibilità di un accordo all’assicurazione di garanzie internazionali per la loro sovranità
Di Piero Fassino
Mentre le ostilità militari continuano, a Istanbul russi e ucraini cercano di individuare un’intesa che consenta di far tacere le armi e passare ad un negoziato. Un accordo non facile. Quel che Zelensky ha già offerto - neutralità e accantonamento dell’adesione alla Nato - non basta a Putin che pretende cessioni di territorio.
Non solo la Crimea e le due autoproclamate repubbliche di Donetsk e Lugansk, ma una parte più ampia di Donbass e la costa ucraina sul Mar Nero. Pretese che gli ucraini respingono. È vero che la storia diplomatica ha inventato spesso soluzioni inedite e apparentemente impraticabili; in ogni caso il negoziato è la sede per convenire soluzioni, auspicando che si possa andare oltre il semplice “congelamento” provvisorio del conflitto lungo la linea di demarcazione di un eventuale cessate il fuoco.
In uno scenario così precario e incerto i dirigenti ucraini subordinano la possibilità di un accordo all’assicurazione di garanzie internazionali per la loro sovranità. Tanto più nel momento in cui Kiev accetta di dichiararsi neutrale e l’appartenenza alla Nato sfuma in un orizzonte indefinito.
Una garanzia viene individuata nell’adesione all’Unione europea, scelta con cui l’Ucraina intende radicare definitivamente la sua appartenenza all’occidente, ai valori della democrazia e all’economia di mercato. E con la consapevolezza che eventuali nuovi disegni annessionistici del potente vicino dovrebbero fare i conti con l’intera Unione europea. Tuttavia, consapevoli che l’adesione alla Ue è sottoposta a tempi e procedure graduali, i dirigenti di Kiev avanzano anche una proposta di garanzia immediata: la creazione del Gruppo 24 che, in presenza di nuovi conflitti, sia in grado di intervenire entro ventiquattro ore per sedarli. Un gruppo costituito da Paesi forti e autorevoli, quali Stati Uniti, Cina, Canada, Giappone, Gran Bretagna e l’Unione europea e le sue principali nazioni come Francia, Germania e Italia.
Proposte a cui Roma ha già dato il suo convinto sostegno. «L’Italia vuole l’Ucraina nell’Unione europea» ha solennemente dichiarato il presidente Draghi in occasione dell’allocuzione del presidente Zelensky di fronte al Parlamento italiano. Così come vi è piena disponibilità italiana anche ad essere parte del Gruppo 24.
La politica europea non è abituata ad una tale determinazione, ma i tempi straordinari che viviamo non consentono lentezze burocratiche e tattiche dilatorie: il ritorno della guerra in Europa – dopo ottant’anni di pace – impone al vecchio continente decisioni capaci di evitare il rischio di una cronica instabilità.
D’altra parte fu questa la ragione prima della nascita dell’integrazione europea: mettere fine a una storia secolare di guerre tra imperi e nazioni per dare al continente pace, stabilità, sicurezza. E conflitti congelati e rischi di guerre si manifestano proprio laddove non è ancora giunta l’integrazione europea, come nel Caucaso, nei Balcani occidentali, in Moldavia e in Ucraina. Per questo vanno prese decisioni tempestive e nette di integrazione, superando le estenuanti e infinite lentezze burocratiche conosciute dai Balcani occidentali a cui da più di vent’anni si promette l’integrazione senza mai arrivare a un punto conclusivo. La natura non fa salti, ma la storia conosce delle irreversibili accelerazioni. Tempi straordinari richiedono decisioni e soluzioni straordinarie.
A chi obietta che il processo di allargamento ad est si sarebbe risolto incorporando nazionalismi e democrazie illiberali, va chiesto cosa sarebbe successo se l’Europa centrale fosse stata una zona grigia, senza ancoraggi, esposta a ogni pervasività esterna. Quei Paesi non sarebbero stati più sicuri senza l’integrazione nella Ue, né sarebbe stata più sicura l’Unione europea. E se certo la Nato è irrinunciabile garanzia di sicurezza, tuttavia anche Washington oggi riconosce che da sola non basta. Per questo serve una nuova fase di allargamento della Ue che però richiede un radicale cambio di passo portando a conclusione l’integrazione dei Balcani e offrendo a Ucraina – e Moldavia e Georgia – una road map con tempi certi. E agli interrogativi sulla governabilità dell’Unione suscitati dalla prospettiva di passare da 27 a 36 membri si deve rispondere non chiudendo le porte, ma mettendo finalmente in cantiere la riforma dei Trattati e l’adeguamento istituzionale dei meccanismi decisionali dell’Unione. © RIPRODUZIONE RISERVATA
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