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Verso la resa delle stalle: «Il settore sta morendo. Sarebbe sufficiente pagarci il latte 10 centesimi in più»

Irene Arquint
Verso la resa delle stalle: «Il settore sta morendo. Sarebbe sufficiente pagarci il latte 10 centesimi in più»

Il mais costa il 40% in più rispetto a un anno fa e i mangimi non sono sufficienti: «Chi vuole coltivare i foraggi in proprio è costretto a spendere il doppio» 

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Attilio Tocchi alleva vacche da latte nell’azienda di famiglia fondata dal nonno nei primi anni Sessanta a Marina di Grosseto, nella Tenuta Pingrosso. Centosessanta ettari di terreno in parte coltivati a cereali, in parte a foraggio. Mais e fieno servono per l’alimentazione delle 180 mucche, una settantina delle quali è destinato alla mungitura per circa 8mila quintali di latte all’anno. Tutto di alta qualità, ossia con ottimi parametri di grasso e proteine, acquistato dalle aziende per la vendita nel fresco e in parte per la trasformazione in mozzarelle, caciotte, yogurt, panna. Cliente principale è la cooperativa Latte Maremma, di cui Tocchi è anche vicepresidente.

Tre generazioni, quindi, che i Tocchi giunti dall’Abruzzo come pastori, praticano un settore «che muore. Molte stalle stanno chiudendo, l’incertezza dei mercati non permette di fare investimenti da almeno un decennio – lancia il suo grido di allarma Attilio Tocchi – una criticità accentuata con la pandemia che ha abbassato i consumi, periodo in cui lavoravamo per andare almeno in pari, mentre adesso ci rimettiamo ogni giorno». Colpa dei rincari: il mais arrivato ad oltre 40 euro al quintale, contro la metà di appena dodici mesi fa, la soia oltre i 60 dai 30 precedenti. «Non esistono alternative all’alimentazione, al nord stanno facendo contratti per il mais a 38 euro al quintale, l’unica è smettere di nutrire e chiudere. Ma così facendo muore un settore che fa anche presidio sul territorio, mutandone il paesaggio. Il grido d’allarme è altissimo. Questa è una priorità assoluta, se vogliamo ancora latte italiano» denuncia Tocchi, estremamente critico nei confronti delle politiche agricole che hanno spinto verso la globalizzazione, rendendo l’alimentazione degli allevamenti schiava di altri paesi. «Fino a 15 anni fa l’Italia era autosufficiente, ora manca il 40% dei mangimi – aggiunge – Purtroppo si è fatto sì che ci fossero più terreni abbandonati che coltivati, un’assurdità se pensiamo alla carenza odierna di materie prime». A una situazione critica, si sono infatti aggiunti i rincari non solo di materie prime fondamentali per l’alimentazione, ma anche di quelle per autoprodurle.

«Riuscendo a coltivare i foraggi e il mais per l’anno prossimo, lo faremo con spese più che raddoppiate perché il gasolio agricolo è salito a 1,50 euro contro gli 80 pre-guerra, poi 1,20 perché sono state tolte le accise. Una manichetta per irrigare, dato che non piove, costava 85 euro a rotolo contro i 120 post pandemia – specifica l’allevatore – Sono rincarati anche i fertilizzanti che arrivavano dalla Russia: l’azoto costa più di 100 euro al quintale ammesso che si trovi, contro i 30 di un anno fa». I rincari gravano totalmente sugli allevatori. I dati dell’Osservatorio della Comunità europea (dove il latte viene pagato 41,79 euro al chilo) rivelano che il nostro è il paese in cui viene remunerato meno: 39,50 euro, contro i 49,03 in Irlanda, i 45 in Olanda, i 42,31 in Germania, i 41,9 in Francia. Cosa propongono gli operatori ? «Basterebbe alzare di 10 centesimi il prezzo di latte e derivati», conclude Tocchi.


 

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