Il presidio
Il delitto di via Poma. Chi ha ucciso Simonetta? Spunta una nuova pista
Aveva 21 anni, di professione segretaria, durante l’estate del 1990 lavorava come dipendente per la società di servizio di Salvatore Volponi, la “Redi”: venne trovata distesa a terra. Uccisa con 29 coltellate
Se davvero fosse provata la sua colpevolezza il processo non sarebbe celebrato. L’articolo 150 del codice penale recita chiaro: “La morte del reo, avvenuta prima della condanna, estingue il reato”.
Questa nuova indagine potrebbe almeno restituire ai familiari, dopo 32 anni di attesa, la verità su quanto accaduto alla loro congiunta. Se Francesco Caracciolo non dovrà temere la giustizia degli uomini, qualcun altro forse sì.
Simonetta Cesaroni ce la ricordiamo tutti così, con quella foto che la ritrae in costume da bagno sdraiata a prendere il sole sulla spiaggia di Ostia. Quella foto però non restituisce appieno la sua bellezza. Perché Simonetta era bella. Una volta proprio il suo avvocato, Lucio Molinaro, mi confidò che Simonetta, oltre ad essere più bella di come appariva in quella fotografia, era anche molto attraente, era corteggiata. Piaceva tantissimo. E forse proprio in questa battuta si nasconde l’intero mistero della sua morte.
Simonetta aveva 21 anni, di professione segretaria, durante l’estate del 1990 lavorava come dipendente per la società di servizio di Salvatore Volponi, la “Redi” che, a sua volta, aveva ottenuto un appalto dall’Aiag (Associazione italiana alberghi della gioventù). E il lavoro di Simonetta consisteva nel contabilizzare sul computer i dati societari.
Il 7 agosto, subito dopo il pranzo, era uscita di casa, aveva salutato la mamma e il papà, e si era diretta alla stazione della metropolitana Subaugusta. Siamo alla fine di via Tuscolana, nel quartiere di Cinecittà: case popolari, palazzoni alti più di dieci piani, abitati da gente modesta come la sua famiglia. Il padre di Simonetta era un autista dell’Acotral (l’Azienda consortile trasporti laziali) e la mamma una casalinga. Ben diverso è il quartiere dove quel pomeriggio Simonetta sta andando per raggiungere il suo posto di lavoro: via Poma a un passo da piazza Mazzini. Siamo nel quartiere Prati, elegante, ricco. Ad ogni entrata di palazzo saltano all’occhio le targhe in ottone di avvocati, notai e studi di vario genere. Nei ristoranti di zona non è difficile incontrare attori, conduttori televisivi e alti dirigenti della tv pubblica. Insomma un altro mondo che non era certo il suo. Ad accompagnarla a prendere la metro quel pomeriggio era stata sua sorella Paola. È il 7 agosto del 1990 intorno alle 3 del pomeriggio, Paola la saluta e Simonetta le risponde sorridente. Otto ore più tardi rivedrà sua sorella distesa sul pavimento dell’ultima stanza in fondo, dell’appartamento al terzo piano di via Poma. Uccisa da 29 coltellate.
Simonetta aveva cominciato a frequentare gli uffici di via Poma a luglio ed ogni volta che era stata in quell’ufficio non era mai stata sola. Con Simonetta c’era sempre stato qualcuno, un dipendente dell’Aiag che l’aiutava nel lavoro di trasferimento dei dati. Il 7 agosto, il suo ultimo giorno di lavoro, invece era sola. Per capire cosa accadde in quel pomeriggio di agosto di 32 anni fa, dobbiamo partire proprio da questa domanda. Chi sapeva che quel giorno con Simonetta non ci sarebbe stato nessuno?
Non solo era il suo ultimo giorno di lavoro, ma per qualcuno sarebbe stata l’ultima occasione per poterla incontrare, sola, in via Poma. La lista non è troppo lunga: il suo datore di lavoro Salvatore Volponi che dirà di aver aspettato inutilmente una telefonata che Simonetta gli aveva promesso di fare intorno alle 18. I dipendenti e i dirigenti dell’Aiag, Francesco Caracciolo era presidente regionale dell’associazione. E poi il portiere dello stabile, Pietrino Vanacore che forse l’ha vista salire al terzo piano del palazzo. Probabilmente il suo fidanzato: Raniero Busco. Anche se in quei giorni non mancavano le discussioni tra lui e Simonetta: lei sempre più innamorata, lui sempre di meno.
Cominciamo col dire che Simonetta non avrebbe aperto a nessuno che non conosceva. Quindi quel pomeriggio, se qualcuno bussò alla porta e se lei lo fece entrare, evidentemente lo conosceva oppure aveva titolo per entrare nella sede dell’Aiag. La sera del 7 di agosto intorno alle 9, a casa Cesaroni scatta l’allarme. La mamma, il papà e la sorella Paola sono in preda al panico: Simonetta non è rientrata a casa. Paola esce e comincia a cercarla, accompagnata dal suo fidanzato. I due raggiungono Salvatore Volponi, il datore di lavoro di Simonetta, vogliono prima di tutto andare nell’ufficio dove quel giorno Simonetta era andata. Volponi dice di non saperlo: fatto poco credibile, ma andiamo avanti. Dopo una serie di telefonate finalmente si arriva all’indirizzo dell’ufficio: via Poma. Una corsa in macchina per le vie di Roma e alle 23,30 sono davanti all’ingresso del palazzo. Citofonano, compare la moglie di Vanacore, il portiere dello stabile. Le chiedono se ha visto Simonetta, alcuni attimi di tensione e la donna cede alle richieste di Paola. Prende il mazzo di chiavi della sede dell’Aiag e tutti e quattro salgono sino al terzo piano. La porta è chiusa. Bussano, nessuno risponde. Paola grida il nome della sorella. Nessuna risposta. La portinaia prende la chiave e la inserisce nella toppa. Ed è allora che si accorgono che qualcuno l’ha chiusa con ben quattro mandate. Perché?
Quello di via Poma, sin dall’inizio, appare come un caso di non semplice soluzione. A partire dall’assenza di sangue o quasi nell’appartamento: qualcuno aveva pulito. Chi? E, soprattutto, perché? Finiranno sotto la lente degli inquirenti il portiere, Pietrino Vanacore, inizialmente sospettato di essere l’assassino, successivamente di essere stato lui a pulire il sangue di Simonetta, uccisa però da un’altra persona. Viene sospettato anche il nipote dell’ingegner Valle, Federico, che quel giorno sarebbe potuto essere presente a casa del nonno, quindi nel condominio. Chi invece finisce sul banco deggli imputati è il fidanzato di Simonetta: Raniero Busco. Condannato in primo grado a 24 anni, verrà assolto nei due successivi gradi di giudizio.
Dopo 32 anni il delitto di via Poma è ancora un caso irrisolto. Pochi giorni fa l’ennesimo colpo di scena: la pm Ilaria Calò, la stessa che sostenne l’accusa contro il fidanzato di Simonetta, ha riaperto un fascicolo. Questa volta è il turno di Francesco Caracciolo di Sarno.
Il presidente dell’ufficio dove lavorava Simonetta venne sentito sin dall’inizio e negò di aver mai conosciuto Simonetta: «Non l’ho mai vista». Caracciolo disse inoltre che quel giorno, proprio quando veniva commesso il delitto, accompagnò la figlia in aeroporto a Fiumicino e poi si diresse nella sua casa di campagna. Secondo gli inquirenti Francesco Caracciolo di Sarno, alla luce delle nuove testimonianze, fornì agli investigatori una ricostruzione dei suoi spostamenti completamente inesatta. Il suo alibi verrebbe totalmente demolito. A dire il vero, andando a rileggere i verbali acquisiti nell’immediatezza e prendendo in esame anche le informazioni raccolte su di lui, si ha l’impressione che già da allora qualche allarme sarebbe dovuto scattare. La portiera dello stabile dove viveva Francesco Caracciolo, distante una manciata di metri dalla sede dell’Aiag, riferì che il giorno del delitto vide l’avvocato Caracciolo rientrare affannato e con un pacco mal avvolto presso la propria abitazione. Erano i vestiti di Simonetta Cesaroni che non vennero mai trovati? E perché portarli via? Da quanto riferito dalla scientifica l’assassino si ferì. Quei vestiti erano impregnati del sangue di Simonetta e del suo?
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