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Mps, l'ex ad Bastianini fa causa alla banca. Le ragioni della sfiducia

Paolo Algisi
Guido Bastianini, ex amministratore delegato di Monte dei Paschi di Siena
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Guido Bastianini, ex amministratore delegato di Monte dei Paschi di Siena

L'allontanamento di Bastianini, a meno di due anni dalla sua nomina, apre la strada a Luigi Lovaglio, banchiere di lungo corso con una carriera tutta interna a Unicredit

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Si risolverà con ogni probabilità in Tribunale lo scontro tra l'ex amministratore delegato di Mps, Guido Bastianini, e il cda che gli ha ritirato le deleghe lunedì scorso attribuendole a Luigi Lovaglio. Il banchiere, riferisce chi lo conosce, chiederà i danni alla banca, di cui resta consigliere, contro una revoca che giudica immotivata e lesiva della sua reputazione. Facendo valere le ragioni che non ha potuto esporre in cda, dove la sfiducia è stata decisa in sua assenza: Bastianini ha lasciato la riunione per un grave lutto senza che discussione venisse rinviata dal consiglio presieduto da Patrizia Grieco.

Sono diversi i motivi addotti a sostegno della revoca, deliberata all'unanimità dal cda. Alcuni afferiscono alla volontà di Bastianini di voler far camminare la banca sulle sue gambe. All'ex ad è stata infatti imputata "la posizione talvolta ambigua tra la definizione di un piano industriale stand alone e un piano al servizio di un'operazione strutturale", posizione che ha costretto il cda a "numerose sedute al fine di dover costantemente chiarire le finalità del piano". A ciò si aggiunge l' "atteggiamento non proattivo nell'identificazione del percorso strutturale", cioè nella ricerca di un partner.

A Bastianini viene poi contestata "la gestione dei rapporti con la stampa" senza il ricorso alle "strutture preposte" della banca "anche in relazione ai rapporti istituzionali", nonché "la complessa gestione" di alcune situazioni che hanno coinvolto alcuni manager, gestione che "avrebbe richiesto un diverso livello di trasparenza nell'esecuzione delle delibere". Critiche anche per "l'assenza di una chiara presa di posizione giunta talvolta sino all'astensione" su proposte arrivate al consiglio dalle strutture della banca. L'assenza di un "orientamento" dell'ad "in vicende di particolare delicatezza" avrebbe costretto il consiglio "ad agire in assenza di una precisa linea gestionale".

Ci sono poi "i disallineamenti nell'esecuzione di alcune delibere consiliari" a lui delegate e "il fraintendimento creato rispetto all'audizione parlamentare la cui segretazione non è stata preventivamente autorizzata" dal cda che dunque "non ha potuto licenziare il testo consegnato alla commissione né tantomeno conoscere il testo dell'adunanza". Per assicurare il "successo" del piano industriale "sono stati a più riprese richiesti cambiamenti manageriali mai avviati" e per concludere è stata lamentata "la difficoltà di ottenere la proposta in merito ai piani di successione", arrivata dopo diverse sollecitazioni lo scorso 31 gennaio. Nessuna contestazione, invece, alla regolarità dei conti, chiusi nel 2021 con un utile di 310 milioni di euro, per la banca il miglior risultato degli ultimi sei anni.

Saranno i giudici a stabilire se queste motivazioni siano idonee a giustificare una revoca per giusta causa o si tratti, come crede Bastianini, di una sfiducia pretestuosa, costruita per assecondare la decisione del Tesoro, che dieci giorni prima del consiglio lo aveva convocato chiedendogli di fare un passo indietro per un cambio di strategia. Nel qual caso Mps dovrà pagargli i danni. Il silenzio del manager sull'incontro con il Mef, di cui non ha riferito al cda, è finito nella lista delle contestazioni, mai rese pubbliche né dalla banca né dal Tesoro.

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