La memoria è sempre viva e parla di pace nel parco di Sant'Anna di Stazzema
Nel piccolo paese delle Alpi Apuane furono trucidate 560 persone oggi è un angolo di silenzio e bellezza
L’arrivo a Sant’Anna di Stazzema è un passaggio obbligato nei Giorni della Memoria, e non solo. Un luogo che oggi è profondamente legato a paessaggi da cui il colpo d’occhio cade su una natura di assoluta pace e di sovrumana bellezza. Ma che fu, nelle ultime fasi della Seconda guerra mondiale, teatro di uno dei più gravi crimini contro l’umanità perpetrati dalle divisioni delle SS in Italia. Quelle divisioni erano dilagate nel paese all’indomani del 25 luglio e dell’arresto di Mussolini, per impedire il crollo del fronte meridionale davanti allo sbarco degli alleati. Le truppe naziste agivano dall’inizio del conflitto sempre più convintamente secondo la dottrina di Hitler che Goebbels aveva definito della “guerra totale”. Era la prassi criminale per cui non si doveva fare distinzione fra truppe belligeranti, civili, abitati, paesi e città.
La terribile mattina del 12 agosto 1944
Nell’estate del 1944, intanto, l’intera area di Sant’Anna era ormai considerata, anche dalle SS, luogo di raccolta degli sfollati, ed era quindi densamente popolata. Sempre in quell’estate, inoltre, quell’area non era teatro di particolari azioni delle forze partigiane. Nonostante questo, nella prima mattina del 12 agosto del 1944, tre reparti delle SS raggiunsero l’abitato, con l’intenzione di circondarlo. Gli uomini lasciarono le loro case e si nascosero nella boscaglia, per evitare di essere deportati. Donne, vecchi e bambini rimasero in paese, pensando di essere comunque al sicuro. Invece, i nazisti rastrellarono tutti i civili presenti nell’abitato, uccidendoli. Molte parti dell’abitato furono poi distrutte con esplosioni e incendi, forse per cancellare le tracce del fatto compiuto. Al termine dell’eccidio, i nazisti lasciarono sul terreno a Sant’Anna 560 morti, di cui 130 bambini.
L'armadio della vergogna
Ma una delle cose più incredibili legate a questi gravissimi eventi, è che la verità storica emerse con certezza solo cinquant’anni dopo. Nel corso di quei cinquant’anni, infatti, c’erano state solo memorie tramandate per via orale da alcuni che si erano miracolosamente salvati dalla fucilazione. Memorie tramandate oralmente di fatti che venivano stranamente vissuti con un profondo senso di colpa, o addirittura con vergogna. Eventi che, spesso, dunque, la collettività intendeva solo dimenticare.
All’indomani della fine del conflitto, inoltre, per “normalizzare” quanto prima la situazione, ci fu un tacito accordo tra le potenze vincitrici secondo il quale sui crimini compiuti dal Terzo Reich doveva stendersi un velo di oblio. Di molti episodi di quella “guerra totale”, quindi, non si doveva più parlare. Anche i terribili eventi di Sant’Anna, come d’altronde i fatti altrettanto tremendi di Cefalonia, e molti simili, scomparvero dalla memoria collettiva e dalla ricerca storica. È solo alla metà degli anni ’90 che alcuni magistrati militari, alla ricerca di documenti legati al processo a Erich Priebke, rinvengono in uno scantinato della procura militare di Roma, un armadio (definito “l’armadio della vergogna”) che conteneva circa 700 dossier sui crimini compiuti dalle SS e dalle forze militari della Repubblica di Salò.
Quelle voci dal passato
Questi dossier raccontano, per esempio, la terribile storia di Antonio Tucci, ufficiale della marina militare di stanza a Livorno, la cui famiglia era sfollata a Sant’Anna. L’intera famiglia fu trucidata dalle SS. Si salvò solo lo stesso Tucci. Raccontavano anche, per esempio, la storia della più piccola vittima del massacro. La piccola Anna Pardini, che aveva appena 20 giorni quando fu presa con la madre, in quella mattina d’agosto del ’44. Portata alla fucilazione in braccio alla madre, la neonata sopravvisse in qualche modo all’eccidio. La sorella la ritrovò tra i corpi dei fucilati ancora viva, ma gravemente ferita. La bimba morì pochi giorni dopo nell’ospedale di Valdicastello.
Genericamente classificati come operazioni di “sgombero e di polizia militare nei confronti di criminali e resistenti”, i documenti tedeschi che registravano in modo parziale e distorto gli eventi, resero comunque possibile la raccolta di testimonianze di chi era sopravvissuto all’eccidio. E poterono condurre quindi ad un processo al Tribunale militare di La Spezia nel 2005. Una serie di processi che poi portarono alla conferma in Cassazione di dieci ergastoli ad altrettanti membri delle SS che avevano partecipato o comandato l’eccidio quel giorno. Nel 2008, anche il regista americano Spike Lee dedicò a questi fatti tremendi un film bellissimo, “Miracle in Sant’Anna”.
Il parco della pace
Nel 1996, l’anno dopo il ritrovamento dei 700 dossier, fu deliberata a Sant’Anna la costruzione di un Parco nazionale della Pace. Un luogo che tutti dovrebbero visitare. Profondamente immerso nell’assoluto silenzio delle altezze di quest’angolo sereno delle Alpi Apuane, nella pace e nella saggezza dei boschi, il parco contiene l’ossario delle vittime di quella giornata. Sostare nel parco, attraversarlo, significa rendere un silenzioso omaggio a quelle vittime, sottolineare che la loro memoria parla ancora, non è sola, né è passata invano in quel succedersi di rumore e di furia che è la storia degli uomini.
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