I paesi del tufo Pitigliano, Sorano e Sovana: il tempo qui si è fermato
Dalla piccola Gerusalemme alla Matera della Toscana, un itinerario tra santi, fortezze e monete d’oro
Sembrano luoghi fuori dal tempo. Dove è la pietra a dominare. Su di essa nacquero i paesi, dentro furono scavate le case, in mezzo passavano le strade. Sono le città del tufo, nella Maremma grossetana: Pitigliano, Sorano e Sovana, un triangolo che racchiude meraviglie della storia e della natura.
La comunità ebraica
Lascia senza fiato già in lontananza, quando lungo la strada appare improvvisamente, arroccata su un costone di tufo vulcanico fin dai tempi degli etruschi. Ma anche una volta arrivati, Pitigliano non finisce di ammaliare. Il suo caratteristico centro storico è conosciuto come “la piccola Gerusalemme” per la presenza di una storica comunità ebraica. Un legame che arriva da lontano: la prima comunità vi trovò rifugio alla fine del 1400, circa un secolo dopo venne realizzata la sinagoga. Testimonianza di questa lunga convivenza, inoltre, è il ghetto: un suggestivo percorso attraverso locali scavati nel tufo. Si va dal forno delle azzime dove venivano preparati dolciumi e pane, al bagno dove le giovani praticavano il rito purificatorio, fino alla cantina e alla macelleria kasher per la conservazione e la preparazione del vino e della carne secondo la tradizione. C’è anche il Museo della cultura ebraica, punto di ingresso per le visite alla sinagoga e al ghetto. Da vedere il maestoso palazzo Orsini, la cattedrale e l’acquedotto mediceo.
Il tesoro di Sovana
A poca distanza da Pitigliano si trova Sorano, ugualmente costruita sul tufo – viene chiamata la Matera della Toscana – e dalle origini etrusche, note grazie al ritrovamento di insediamenti e necropoli. Fu dominata dalla nobile famiglia Aldobrandeschi, che la trasformò in un borgo difensivo, fortificandola con bastioni e con l’imponente Rocca Orsini, sul cui lato opposto si erge il Masso Leopoldino, altra possente fortificazione. Frazione di Sorano è Sovana, prima etrusca, poi medievale e infine rinascimentale. Anch’essa sotto il controllo degli Aldobrandeschi, diede i natali a San Gregorio VII, al secolo Ildebrando, eletto papa nel 1073 e tra i pontefici più importanti del Medioevo: fu protagonista della celebre scomunica a Enrico IV che poi da lui ottenne il perdono inginocchiandosi a Canossa. Il duomo, in prevalente stile romanico, risale all’XI secolo e conserva la cripta con le spoglie di San Mamiliano, evangelizzatore della città. A quest’ultimo è intitolato il museo in piazza del Pretorio, una delle piazze toscane più suggestive con la pavimentazione a spina di pesce: situato in quella che era l’antica chiesa di San Mamiliano, custodisce anche una piccola parte del “Tesoro di Sovana”, circa cinquecento monete d’oro del V secolo trovate nel 2004 durante il restauro dell’edificio. Una parte di queste, purtroppo, furono rubate alcuni anni fa. La parte restante si trova nel museo archeologico nazionale di Firenze. Uno dei luoghi di grande fascino a Sovana è poi il parco archeologico Città del tufo, dove ci si immerge in un mondo lontanissimo tra abitazioni rupestri, fortificazioni, chiese, villaggi fantasma, vie scavate nella roccia e soprattutto necropoli etrusche, che si articolano sui colli intorno ai borghi.
La tomba Ildebranda
Nelle necropoli tra i monumenti più importanti c’è la misteriosa tomba Ildebranda. Non si sa chi ci sia sepolto, ma Papa Ildebrando non c’entra nulla. Agli scopritori della tomba – nel 1924 – venne in mente solo lui, il cittadino più illustre di Sovana, per dare un nome a un’opera così maestosa. La tomba è composta dalla camera sepolcrale e dal monumento funebre, entrambi scavati interamente nelle pareti tufacee. Molti degli elementi architettonici sono andati perduti e solo grazie a frammenti decorativi recuperati durante gli scavi si è potuto risalire a una ricostruzione dell’opera. La tomba non fu soltanto una grandiosa architettura, ma anche un luogo sacro e un punto di riferimento per i viandanti che passavano da Sovana.
Le vie cave
Emozionante è, poi, percorrere le vie Cave (o tagliate) che si trovano sia nel parco archeologico sia in tutta l’area del tufo. Sono ampi passaggi scavati tra pareti di roccia, che possono arrivare fino a più di venti metri. Sulla loro reale funzione sono state fatte diverse ipotesi: canali per convogliare le acque piovane, semplici strade di comunicazione, passaggi strategici contro i nemici, sentieri cerimoniali. Alcune vie sono riconducibili al sistema viario di epoca etrusca, altre risalgono al Medioevo oppure in tale periodo sono state oggetto di rifacimento. La dimensione di oscurità che avvolge questi profondi tagli nella roccia e la suggestione che da essi emana favorirono la realizzazione di numerosi “scacciadiavoli” – nicchie con immagini sacre dipinte – che avevano lo scopo di rassicurare i viandanti.
Come una città Maya
Un’altra perla di questa zona è il villaggio fantasma di Vitozza, immerso in una natura rigogliosa, come una città Maya avvolta dalla giungla. Sorse quasi sicuramente alla fine dell’XI secolo, attorno al castello costruito nel cuore di un insediamento rupestre abitato già in epoca etrusco-romana. Oltre ai resti di fortificazioni e chiese, ci sono oltre 200 grotte scavate nel tufo e usate nel tempo come abitazioni, stalle e annessi. Gli ambienti, che oggi sono abbandonati, conservano le tracce del loro utilizzo: cisterne per la raccolta dell’acqua piovana, pozzi, nicchie, mangiatoie, canne fumarie, fori e cordoli per il posizionamento di giacigli.
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