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Toscana

Gronchi, il presidente impassibile nel leggere 658 schede col suo nome

Paolo Falconi
Giovanni Gronchi con i figli Mario e Maria Cecilia
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Giovanni Gronchi con i figli Mario e Maria Cecilia

Il personaggio. Era il 29 aprile 1955: il pontederese, che guidava la Camera, fu eletto capo dello Stato 

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Un pisano sul Colle più alto. Un pontederese nelle stanze del Quirinale che già videro i passi di pontefici e re. Un toscano alla scrivania della più prestigiosa carica istituzionale. È Giovanni Gronchi, eletto terzo presidente della Repubblica alle 17.25 del 29 aprile 1955. Fu una schiacciante maggioranza: 658 voti su 833. Il 78,1% dei voti. Secondo solo a Sandro Pertini, che ebbe l’82,3% (832 voti su 1.011).

La Rai aveva iniziato a trasmettere da poco (il 3 gennaio 1954) e si apprestava a rivoluzionare il tempo libero degli italiani. La Incom – la società cinematografica produttrice dei cinegiornali – raccontò in uno speciale di approfondimento l’elezione del capo dello Stato: in sette minuti scandiva i momenti dello scrutinio e la sua vita non pubblica era proposta attraverso l’abitazione privata (in via Carlo Fea) di “quattro camere” e l’incontro con la moglie Carla e i due figli, Mario di 13 e Maria Cecilia di 11. Il presidente, da padre della nazione, rilasciava poi ai microfoni della Incom una dichiarazione invitando tutti gli italiani a svolgere un tema: “Amare l’Italia”.

Spigolature e situazioni parlando dell’elezione al Colle di Gronchi, nato a Pontedera il 10 settembre 1887, sindacalista cattolico fino a essere capo della Confederazione dei lavoratori cristiani, esponente del cattolicesimo democratico, tra i fondatori del Partito popolare. Nel dopoguerra “democristiano atipico”.

Dopo il referendum del 2 giugno 1946 che istituì la Repubblica, il presidente del Consiglio Alcide De Gasperi divenne capo provvisorio dello Stato. Il primo presidente della Repubblica fu Enrico De Nicola, eletto (al primo scrutinio) il 28 giugno 1946 dall'Assemblea costituente capo provvisorio dello Stato; con l'entrata in vigore della Costituzione (1948) assunse il titolo e le funzioni di presidente. Il primo eletto secondo le modalità previste dalla Costituzione fu Luigi Einaudi.

L’elezione di Giovanni Gronchi alla presidenza della Repubblica non avvenne in modo indolore: l’allora segretario della Dc Amintore Fanfani aveva puntato, assieme al presidente del Consiglio in carica Mario Scelba, su Cesare Merzagora, indipendente Dc e presidente del Senato. Ma diversi membri della Dc affossarono Merzagora, nell’intento di danneggiare politicamente Fanfani. Che per evitare una spaccatura irreparabile nel partito aveva dato infine, al quarto scrutinio, il suo assenso al candidato Gronchi, presidente della Camera, appoggiato anche dalla sinistra del parlamento, socialisti e comunisti. Raramente capita che due candidati assistano alla seduta che deve assegnare la vittoria a uno dei due; più raramente ancora che uno di essi debba, per legge, presiederla. Così, Gronchi, in quanto presidente a Montecitorio, lesse le schede durante lo spoglio senza far trasparire alcuna emozione, almeno fino al termine. Era il quarto scrutinio. Dal verbale della presidenza della Repubblica: presenti e votanti 833; maggioranza assoluta dei componenti l'Assemblea 422. Ottengono voti: Gronchi 658; Einaudi 70; schede bianche 11; schede nulle 92; voti dispersi 2.

«Sono contento del modo con cui questa investitura mi è venuta, voglio dire della quasi unanimità, che mi rende indipendente da ogni partito e fazione (…) di essere il Capo dello stato davvero, e non il fiduciario di una parte», disse Giovanni Gronchi, intervistato dal “toscanaccio” Indro Montanelli sul Corriere della Sera. Gronchi, per Piero Gobetti, era un “giacobino bianco” e Alberto Ceretto sul Corriere d’informazione aggiungeva “con il culto per lo spirito di contraddizione”.

Nella cronaca della votazione la penna arguta e fine di Luigi Barzini junior si soffermava sulla concorrenza tra le due cariche dello Stato, Merzagora e Gronchi, uno accanto all’altro in aula: «L’attesa che circonda l’inizio del mio mandato – disse il presidente eletto nel discorso di investitura – deriva dalla persuasione, chiara in tutti, che occorre affrontare la nuova fase del nostro cammino con misurato ardimento e con adeguata visione dei fatti»; Gronchi faceva riferimento alla partecipazione del mondo del lavoro e in particolare «alle masse lavoratrici e ai ceti medi che il suffragio universale ha condotto sino alle soglie dell’edificio dello Stato senza introdurle effettivamente dove si esercita la direzione politica di questo». Il coinvolgimento delle classi popolari nello Stato, tema caro al cattolico democratico Gronchi, era già presente nel discorso pronunciato, da presidente della Camera, nel decennale della Resistenza nella seduta del 22 aprile 1955, sette giorni prima di iniziare il settennato al Quirinale, parlando di lotta di Liberazione come secondo Risorgimento e moto profondamente popolare. «Una lotta come quella della Liberazione – disse – continuando il solco impresso nella feconda generosa terra della nostra compagine nazionale dal primo risorgimento, fu un moto popolare nel senso più largo ed effettivo della parola».

E ancora: «La Resistenza può fare un appello unitario soltanto per uno sforzo concorde verso forme, istituti, costumi di democrazia sostanziale che si fondino sulla Iibertà e sulla giustizia, sole condizioni di convivenza ordinata dei ceti sociali». Il discorso fu così apprezzato che i parlamentari approvarono per acclamazione la proposta avanzata dal socialista Domenico Chiaramello di affiggere in tutte le città, in tutti i comuni d’Italia il “nobile discorso pronunciato dal nostro Presidente” .

«Affrontare il nuovo era la sfida che il presidente Gronchi si apprestava a raccogliere, sulla spinta di una crescita che avrebbe accompagnato il settennato della sua presidenza (il cosiddetto boom economico)»: così il presidente Sergio Mattarella alla cerimonia di commemorazione del 40° anniversario della morte di Gronchi, in occasione del quale si recò in visita a Pontedera, sottolineava la nuova fase che si sarebbe aperta lasciando alle spalle il decennio della ricostruzione e le macerie della guerra per intraprendere un percorso di modernizzazione economica, sociale, culturale.

Giovanni Gronchi prestò giuramento l'11 maggio 1955. Rimase in carica fino al 1962. Entrò a far parte del Senato l'11 maggio 1962, iscrivendosi al gruppo misto. Morì il 17 ottobre 1978. È sepolto nella tomba di famiglia al cimitero della Misericordia di Pontedera.© RIPRODUZIONE RISERVATA


 

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