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Green pass: le imprese pagheranno i tamponi ai lavoratori no-vax?

Green pass: le imprese pagheranno i tamponi ai lavoratori no-vax?

Un dibattito che ha diviso partiti, rappresentanti delle istituzioni, sindacati ma anche giuslavoristi. Ecco due opinioni diverse

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Il vaccino anti-Covid è gratuito e tutti possono farlo. C’è però anche il diritto di scegliere se vaccinarsi o meno. È invece un dovere presentarsi al lavoro con il Green pass che può essere rilasciato a chi si è vaccinato o dimostrando di non essere positivi con il risultato di un tampone che il lavoratore, oggi, paga di tasca propria. È giusto? Oppure dovrebbe pagarlo il datore di lavoro a cui è delegato il compito di garantire la sicurezza sul luogo di lavoro? Un dibattito che ha diviso partiti, rappresentanti delle istituzioni, sindacati ma anche giuslavoristi. Si confrontano Giovanni Ceraolo dirigente dell’Unione sindacale di base di Livorno e candidato nel 2019 al parlamento per Potere al popolo; e Stefano Bandecchi, livornese, fondatore dell’Università Niccolò Cusano e presidente della Ternana calcio.

Giovanni Cerolo (sindacalista): La sicurezza è a carico delle aziende

Cosa direste se un giorno, entrando al lavoro, il vostro datore vi fermasse dicendo che dal giorno successivo tutti i dispositivi di protezione individuale (scarpe anti-infortunistiche, mascherine, caschetto) sono a carico vostro e i soldi vi verranno scalati dallo stipendio? Oppure se vi arrivasse a casa il conto salato delle visite di controllo annuale previste dai decreti sulla salute e sicurezza sui luoghi di lavoro? Cosa direbbero i sindacati? Ma forse la vera domanda è un’altra. Lo strumento del Green pass sui luoghi di lavoro (sottolineo questo aspetto) è uno strumento sanitario legato alla sicurezza del lavoratore?

Lo Stato, in maniera pilatesca, ha lasciato di fatto la libertà di scelta ai cittadini. Per avere il Green pass o si fa il vaccino o il tampone. Come si sa nel primo caso il costo è sostenuto, ovviamente, dal servizio sanitario nazionale; nel secondo caso il tutto è stato scaricato sulle spalle del lavoratore. Proviamo a mettere da parte, per un secondo, il giudizio che tutti noi abbiamo rispetto all’utilità del vaccino (il sottoscritto si è vaccinato subito) e affrontiamo la questione con il maggior distacco possibile. Il problema non è quello di andare a cena fuori o al cinema; il problema è capire come garantire uno dei diritti fondamentali sanciti dalla nostra Costituzione e cioè quello di provvedere al sostentamento per sé e per la propria famiglia. Il lavoro. Tale diritto deve essere bilanciato con quello legato alla sicurezza pubblica.

Fortunatamente il nostro ordinamento parla chiaro. Tutto ciò che riguarda la salute e la sicurezza del lavoratore sul luogo di lavoro è a carico delle imprese. Se alla domanda che ho posto all’inizio diamo una risposta affermativa e cioè il Green pass (come ci dicono tutti) è uno strumento sanitario, allora il tampone non può che essere a carico delle aziende. Se così non fosse sarebbe un precedente molto pericoloso.

I costi? Grazie all’introduzione proprio del Green pass le grandi aziende hanno iniziato a derogare a tutta una serie di protocolli che durante la pandemia furono anche conquistati grazie a delle vertenze sindacali importanti. I tamponi periodici gratuiti per evitare focolai, i controlli sul distanziamento, le nuove disposizioni su mense, bagni e spogliatoi. Anche in quel caso molti imprenditori, con Confindustria, contestavano tali misure dicendo che producevano una spesa eccessiva. Finalmente con l’introduzione del Green pass, fortemente voluto proprio da Confindustria, tutti questi costi non saranno più sostenuti.

Badate bene, stiamo parlando in realtà di protocolli importanti che, a nostro avviso, dovrebbero restare in piedi anche adesso, ma invece sono già in via di dismissione. Ecco, quindi, smascherata una delle funzioni del Green pass sui luoghi di lavoro (ancora sottolineo: luoghi di lavoro). Deresponsabilizzare le aziende rispetto alla salute dei propri lavoratori. Hai il vaccino? Allora è tutto ok. Sappiamo bene che così non è e il ruolo del sindacato deve essere quello di pretendere comunque adeguati protocolli e controlli di sicurezza. Detto questo il tampone periodico resta uno strumento legato alla salute del lavoratore, come del resto durante i periodi peggiori della pandemia, e deve essere quindi a carico dell’impresa che già ha ottenuto un forte risparmio grazie all’introduzione del Green pass.

A maggior ragione nei cosiddetti servizi essenziali. Trasporti, porti, igiene ambientale e via dicendo. Non mi soffermo sulla "proposta" di inserire in busta paga ai lavoratori vaccinati l’equivalente del costo dei tamponi perché mi sembra talmente meschina e inutile da non meritare neanche una risposta. Per fortuna già il governo, con alcune circolari specifiche ad esempio nell’ambito portuale, ha iniziato ad aprire a questa possibilità. È quindi ormai solo una questione di tempo.

Piuttosto iniziano ad arrivare segnalazioni, dai centri analisi o dalle farmacie, rispetto alla capacità di sostenere effettivamente un numero così alto di tamponi. Andrà forse a finire che un lavoratore, che anche vuole farsi il tampone, rischierà di perdere il posto di lavoro. Il sindacato, a prescindere da come la si pensi sull’importanza dei vaccini, deve porsi anche questi quesiti.

Stefano Bandecchi (imprenditore): Io non pago: di gratis c'è il vaccino

All’Università Cusano non abbiamo nessun no vax. Tutti i lavoratori oggi hanno il Green pass, non mi interessa se ce l’hanno perché sono guariti o vaccinati o perché presentano il tampone. L’importante è che ce l’abbiano, e non è dovere dell’ateneo pagare loro il tampone quando il vaccino è gratuito. Stesso discorso per gli studenti. La legge obbliga al possesso della certificazione per poter entrare in università e allo stesso tempo tutela il diritto allo studio, che è garantito anche ai no-vax. Chi ha il Green pass frequenta regolarmente e sostiene gli esami in presenza, chi non ce l’ha studia da casa in via telematica e allo stesso modo affronta gli esami.

Per tutto l’anno passato, quando il vaccino non c’era, abbiamo fatto tamponi ai dipendenti tre volte a settimana, abbiamo installato in tutti gli ambienti apparecchiature che igienizzano l’aria (siamo stati fra i primi a farlo) e paratie in plexiglas in ogni ufficio, e vigilato su obbligo di mascherina e distanziamenti.

Quando si sono presentati casi di dipendenti che erano stati a contatto con parenti che avevano contratto l’infezione abbiamo seguito i protocolli di quarantena. Ai nostri lavoratori fragili invece, costretti a casa perché affetti da malattie molto problematiche o da gravi tumori o perché trapiantati (stanno già combattendo durissime battaglie) e che quindi non si possono vaccinare, paghiamo lo stipendio per intero. Nello sport poi sono un uomo fortunato. La Ternana, di cui sono presidente, è l’unica squadra di calcio in Italia a non aver avuto alcun caso di Covid. Tutti i miei atleti hanno deciso di vaccinarsi, altrimenti si sarebbero fatti i tamponi come tutti gli altri; a spese proprie. Quando a marzo di due anni fa siamo stati chiusi in casa, ai domiciliari, in galera, eravamo tutti talmente spaventati che ci sembrava di vivere in un brutto film che mai pensavamo potesse diventare realtà. Ciascuno in cuor suo sperava nel vaccino che ci liberasse dall’incubo, il virus Sars che già conosciamo da quasi 20 anni, e quando ci dissero che il vaccino era vicino io per primo ne sono stato felicissimo. Nel frattempo almeno quattro persone a me molto vicine sono morte a causa del Covid. A uno dei miei avvocati fu diagnosticata l’infezione un venerdì, la domenica venne intubato e da quel giorno non fu più in grado di comunicare con la propria famiglia; morì due mesi dopo.

Ho aspettato con bramosia il mio turno per ricevere la prima dose e oggi non vedo l’ora di fare la terza per proteggere la mia famiglia e le persone che frequento sul posto di lavoro; e sarei felice di sapere che fra 12 mesi mi verrà fatta un’altra dose, se necessaria. Sono un ragazzo del 1961 e sono grato al vaccino che ha debellato la poliomielite (che pure aveva più effetti collaterali rispetto a questi) e a quello contro il vaiolo, che sono tra i motivi per cui in occidente abbiamo una vita media più lunga. Vivo di scienza e non di magia nera, e se è possibile che il vaccino mi farà morire di tumore grave fra 20 anni è certamente vero che nel frattempo c’è gente che muore di Covid. Preferirei andarmene così piuttosto che dare soddisfazione al virus. Ho letto su Instagram messaggi contrari a queste mie posizioni e rimango dell’idea che ogni pensiero possa e debba essere espresso liberamente, purché con calma e tranquillità e con ragionamenti fondati su solide basi scientifiche.

Sono a favore dell’obbligatorietà del vaccino ma riconosco la scelta di chi non vuole vaccinarsi, purché mi faccia vivere la mia vita. Condanno ogni espressione violenta del dissenso, che sia fatta con le mani o con la voce, e dico "no" ai violenti sia di destra sia di sinistra. Dopo gli ultimi fatti di Roma mi proclamo democristiano. Non sono e non voglio essere fascista, non accetto quell’ideologia retrograda e fuori dal tempo e dalla logica di pensiero; idem per quella comunista.

Il Novecento ha fatto una prova con l’una e con l’altra, e quella prova è fallita; è il metodo scientifico. Per questo motivo non posso prendere a manganellate chi la pensa diversamente da me: è una delle regole democratiche che ci siamo dati. In democrazia decide la maggioranza, e in Italia ci sono solo due milioni e mezzo di persone (contro altri 46 milioni di cittadini) che hanno diritto a vaccinarsi ma non lo fanno.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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