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IL DIBATTITO

Se si rompe Facebook: possiamo ancora vivere senza social?

Tommaso Giani e Fabiano Catania
Se si rompe Facebook: possiamo ancora vivere senza social?

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Lunedì scorso si è spenta la galassia di Mark Zuckerberg, con il malfunzionamento più lungo mai registrato nella storia delle sue aziende. Whatsapp, Instagram, Messenger sono rimasti silenti per sette ore in tutto il mondo. Uno stop senza precedenti, che ha impattato non solo sul tempo libero di miliardi di utenti ma anche sul business di tutte le aziende che usano le piattaforme social per lavorare. Un episodio che giunge nei giorni in cui Facebook torna sotto accusa per il suo ruolo nella società, l’odio dilagante, le false notizie, la poca trasparenza, l’influenza sulla vita dei giovani.

Di tutto ciò scrivono per noi Tommaso Giani, diacono e insegnante di religione, che qui racconta i risultati di un esperimento di astinenza dai social condotto insieme ad alcuni suoi studenti; e Fabiano Catania, social media manager, esperto di comunicazione digitale all’Università di Pisa.

SETTE GIORNI DISCONNESI E UNA LEZIONE
di Tommaso Giani
insegnante

Siamo a chiacchiera a tu per tu, io gli sto raccontando una cosa importante, mi coinvolgo, mi emoziono… Ma nel cuore del mio discorso lui si distrae: all’improvviso afferra il telefono, abbassa lo sguardo, inizia a controllare i messaggi e a digitare. Io mi interrompo sconcertato. Lui dopo qualche secondo si accorge della mia pausa, solleva gli occhi e ribatte: «Continua dai, guarda che ti ascolto, eh. ..», e ricomincia a spippolare.

Lì per lì mi prende la rabbia, ma poi – riflettendo meglio sull’accaduto – il j’accuse si trasforma in un esame di coscienza: chissà quante volte sarà capitato a me, senza neanche accorgermene, di ignorare completamente chi mi stava parlando per aver dato la precedenza ai messaggi rispetto a una conversazione dal vivo. È dalla consapevolezza di situazioni limite come questa che ti rendi conto che qualcosa non va.
Forse per essere padroni di uno strumento, e non schiavi, è necessario dimostrare a noi stessi che all’occorrenza siamo in grado di rinunciarvi. E così è nata l’idea della “settimana offline”: una sfida a cui ho partecipato volontariamente insieme a otto studenti e studentesse della mia scuola (l’istituto “Arturo Checchi” di Fucecchio); sette giorni di comunione di vita all’ostello del paese; la mattina a scuola ognuno nella sua classe, ma il pranzo, la cena, il pomeriggio e la sera tutti e nove insieme, tra gite, incontri, sport, studio, visite di compagni di classe e colleghi; il tutto completamente senza internet, con i telefoni lasciati in custodia alla preside per l’intera durata dell’esperimento.

«Prof non sono mai stato attento a scuola come in questi giorni». «Io stamani al bar mentre facevo colazione ho attaccato discorso con un vecchietto che non conoscevo». «Prof a ricreazione mi sono sentita sola, in classe hanno acceso tutti il telefono, oh, nessuno che avesse voglia di parlare». Insieme alle inevitabili scomodità, abbiamo anche fatto caso a quanto diventano più intense la socialità e la capacità di fermarsi a pensare quando la tentazione di riempire ogni momento con il controllo delle notifiche è fuori dalla nostra portata.

Poi però la settimana offline è finita, e gli smartphone sono tornati nelle nostre tasche. Facciamo più o meno la vita di sempre. Nessuno di noi si è dato alla vita eremitica o alla guerra contro le tecnologie. Però la settimana di digiuno da internet ci ha lasciato l’esigenza forte di ritagliarci qualche piccola finestrella offline dentro la vita di ogni giorno, rendendo desiderabile in alcune occasioni il gesto di spegnere il telefono o di lasciarlo in un’altra stanza: a cena in famiglia, in una serata con gli amici, in un’ora di studio o di lettura davvero immersivo, in un film o in una partita da guardare senza distrazioni e senza perderci nemmeno un particolare. Non è facile passare dalla teoria alla pratica, ma almeno questa consapevolezza ora ce l’abbiamo. E non è poco.

Peccato però – potrei smontarmi da solo facendo l’avvocato del diavolo – che questi otto ragazzi che hanno partecipato all’esperimento fossero (fra tutti gli studenti della scuola) quelli con meno problemi di dipendenza. Cosa fare invece con gli adolescenti che dal telefono non sanno veramente mai staccarsi? «Prof, io come punizione preferisco una settimana senza uscire di casa a una settimana senza internet», mi ha detto con sincerità un ragazzo per declinare il mio invito alla settimana offline.

Questi casi più patologici dimostrano la gravità del problema, e ci dicono che la battaglia per un uso più consapevole e più morigerato del telefono si può vincere solo con il gioco di squadra: prima ancora che la scuola, serve motivare i genitori. E non alle superiori, ma già all’asilo, con incontri mirati di sensibilizzazione, per aiutare gli adulti a prendere coscienza dei rischi per i loro figli che un uso compulsivo dello smartphone comporta a livello sia cognitivo che relazionale.

Serve consapevolezza, e servono strategie. Altrimenti, lasciando fare all’istinto, il rischio è che il potere magnetico del telefono abbia regolarmente la meglio, e che per l’ennesima volta il nostro sguardo si inabissi, dimenticandoci di rispettare chi ci sta parlando chiedendoci attenzione e guardandoci negli occhi.


MA LE NOTIFICHE FANNO PARTE DELLA REALTA'
di Fabiano Catania
social media manager

Lunedì 4 ottobre 2021. Non è una data che entrerà nei libri di storia come il 25 aprile o il Primo Maggio ma per un periodo più o meno lungo resterà impressa nella nostra memoria collettiva. Già, perché il 4 ottobre 2021 abbiamo rivissuto (o per qualcuno vissuto per la prima volta) un assaggio di come fosse il mondo prima che il meteorite Facebook sconvolgesse le nostre vite.

Per sette ore Facebook, Instagram e Whatsapp hanno smesso di funzionare in tutto il mondo privando qualche miliardo di persone della possibilità di utilizzare rispettivamente il primo e sesto social più usati al mondo e il sistema di messaggistica istantanea più popolare del pianeta.

Se la si considera dal punto di vista dei dati e delle proporzioni di utilizzo, lo spegnimento dei tre servizi è certamente un fenomeno di una portata molto grande ma è nell’analisi della nostra quotidianità che ci si rende davvero conto dell’impatto generato in quelle sette ore di astinenza collettiva dall’universo “Zuck”.
Si potrà certamente dire che era ora; che una certa parte dell’umanità (quella che possiede una connessione internet) avesse proprio bisogno di una pausa dalla sbornia digitale collettiva che da più di dieci anni ha rivoluzionato le nostre relazioni sociali, il nostro modo di acquistare, vendere, percepire la politica, l’arte, la realtà che ci circonda.

Perché di questo si tratta: delle nostre abitudini e del nostro stile di vita, della comodità. Proprio attorno al concetto di “comodità” si costruisce una buona fetta del successo dei social media e in particolare delle tre piattaforme in questione. La possibilità di rimanere in contatto con parenti e amici lontani, certe volte anche di ritrovare la vecchia compagna di classe del liceo e andare a scoprire che lavoro fa oggi; il vantaggio di inviare e ricevere messaggi in tempo reale, di scambiarsi documenti, videochiamare o inviare note vocali al posto di telefonare; l’informazione in tempo reale non solo sulla politica ma sulle ultime tendenze del cinema, della moda, dello sport; sono solo alcuni dei vantaggi che oggi ci hanno semplificato la vita e che davamo ormai per scontati, fino al momento del down dei servizi Facebook. Vantaggi talmente impattanti, da valere spesso i nostri dati personali come contropartita per la gratuità del servizio.

Appena il giorno prima tramite Instagram avevo scoperto la nuova serie del momento, “Squid Games”, che ho poi divorato in pochi giorni; avevo mandato su Whatsapp alcune informazioni al mio medico curante per avere delle prescrizioni e prenotato sempre tramite l’app di messaggistica un tavolo per una cena con gli amici.

Tutte azioni che si son sempre eseguite, anche prima dei social media, si dirà. Ma è proprio il “come” che fa la differenza: è quella comodità di avere una risposta in tempo reale, di avere un algoritmo che al posto nostro sceglie il prodotto di intrattenimento che con molta probabilità ci piacerà, tipo quel video con i gatti che ballano su un pezzo reggaeton o quei bambini che cadono mentre giocano e che fanno così ridere. È quel vantaggio di avere in un unico luogo la vetrina che ci mostra le prossime scarpe che acquisteremo insieme alle foto della vacanza a Zanzibar di tua cugina, in un mondo a misura di scroll.

Inutile negare che a fronte dei tanti vantaggi, esiste un lato oscuro che è strutturale nell’essere umano e nelle sue relazioni con gli altri.

Perché i social media non sono solo un mondo virtuale che va avanti parallelamente rispetto al mondo offline; i due mondi si influenzano reciprocamente in una continua relazione che ha un impatto tangibile sulle nostre vite. Ma i social sono e restano strumenti e, come tali, posso essere usati bene o male; se ne può più o meno abusare tramite la diffusione di fake news o l’hate speech ma possono anche diventare l’unico modo per vedere i propri genitori o gli amici durante i mesi in cui per colpa di un virus non è stato possibile uscire di casa.

RIPRODUZIONE RISERVATA

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