L'indifferenza e il "poi si vedrà" della politica
L'editoriale del direttore. Indifferenza e assuefazione. Non sono i soli ma restano i principali nemici da combattere, in quest’epoca da libro di storia scritto in diretta
Indifferenza e assuefazione. Non sono i soli ma restano i principali nemici da combattere, in quest’epoca da libro di storia scritto in diretta. Circondati come siamo dagli attacchi della pandemia e dall’evoluzione di un’emergenza climatica fin troppo tenuta sotto il tappeto che copre la polvere dell’ignavia. Il pensiero dominante è quello di guardare solo al giorno dopo e al “poi si vedrà”. Per fortuna non è pensiero di tutti quelli che sono chiamati a governare queste emergenze, ma è un fattore dominante anche in altri scenari che – qui e lontano da qui – hanno tenuto banco in questa settimana.
Ne prendo due a titolo di esempio, proprio per misurare il livello di assuefazione e di indifferenza. Il primo scenario è quello di una guerriglia urbana che mercoledì sera ha fatto scoprire vulnerabile un’ampia fetta di Livorno, a due passi da piazza della Repubblica, cuore della città. Due bande che si contendono il mercato dello spaccio si sono affrontate con mazze, coltelli, spade, pietre e transenne scaraventate addosso ai rivali. E, oltre a far scoprire la paura dell’insicurezza a un’intera città, hanno scoperchiato il pentolone dell’impreparazione delle istituzioni. Le forze dell’ordine si sono scoperte inadeguate in fatto di numeri e mezzi a disposizione. Il prefetto chiede (e ottiene, ci mancherebbe) rinforzi ma siamo all’eterna chiusura della stalla quando i buoi sono scappati. Da tempo a Livorno c’è una zona franca dove è pericoloso anche uscire da casa, dove “gli altri” non vanno più, dove polizia e carabinieri entrano solo se proprio devono. In sostanza è un “ghetto” creato in una città che non ne ha mai conosciuti prima, neanche ai tempi del fascismo e delle leggi razziali. Per oltre un decennio, quasi due, lo sviluppo urbanistico disordinato e il menefreghismo istituzionale hanno determinato un degrado inaccettabile.
La flebile risposta istituzionale è ancora peggiore, l’atteggiamento del sindaco Luca Salvetti che invece di andare a parlare con i cittadini di quella zona ha preferito inaugurare un pastificio, è il segnale di una preoccupante mancanza di sensibilità. Quella di oggi è una classe politica che a destra specula (ma è all’opposizione, è una sua prerogativa) e a sinistra non ha ancora imparato dagli errori del passato. La prima roccaforte del buon governo delle sinistre – Bologna, nel 1999 con l’elezione a sindaco di Giorgio Guazzaloca – cadde proprio per un problema di cattiva gestione della sicurezza. Anche a Pisa, nel giugno 2018, la vittoria del centrodestra a trazione leghista è figlia di un degrado simile. Ebbene, a Livorno in tre giorni sono intervenuti tutti e dal Pd livornese non è arrivata una riga che è una. C’è in sostanza un’incapacità di fondo di comprendere per tempo i fenomeni sociali, di prevenirli, di gestirli. Polvere sotto il tappeto a quintali, fino a quando il tappeto non potrà più contenere il disastro.
C’è anche un atteggiamento più diffuso, quello che tende a fare pensare ai più che “tanto sono problemi di altri”. No, quando i problemi sono di questa portata prima o poi diventano di tutti.
E non è solo una questione di ordine pubblico. E così arriviamo al secondo esempio. Prendiamo l’ultimo incidente mortale sul lavoro di una lunga serie: lutti quasi sempre figli della sicurezza negata nel nome del “far soldi, per far soldi, per fare altri soldi”. O, peggio ancora, del tagliare su tutto – misure salvavita comprese – perché altrimenti non si sopravvive a un mercato sbilanciato, dove c’è chi appalta e permette il subappalto e il subappalto del subappalto al ribasso, voltandosi dall’altra parte pur sapendo che ci sono persone che sono costrette a lavorare nell’insicurezza. Ieri a Campi Bisenzio è morto un uomo di 53 anni schiacciato in un rullo, più o meno in circostanze simili a quelle in cui aveva perso la vita Luana D’Orazio in un orditoio di Montemurlo il 3 maggio. Stavolta siamo in una grande azienda, di proprietà di un ex presidente di Confindustria Toscana. Le indagini sono all’inizio ma non si potrà mai parlare di fatalità. Fa male, ma è così.
E fa male anche pensare al meccanismo perverso di regole che sta portando al licenziamento dei 422 operai della Gkn di Campi Bisenzio, capitale delle disgrazie sul lavoro. Ieri sono arrivati in tanti da tutta Italia per dire no, con le istituzioni clamorosamente assenti, distanti. Il presidente della Regione, Eugenio Giani, ha preferito il Carnevale di Viareggio a questa manifestazione che vuole essere l’ultimo grido di allarme contro licenziamenti annunciati via mail. Figli anche e soprattutto di una normativa carente. Tutto ciò va oltre il sacrosanto diritto di impresa di un’azienda di salvaguardare il capitale degli imprenditori in difficoltà. No, qui siamo di fronte a speculatori senza scrupoli che chiudono pur facendo utili per riaprire altrove in condizioni migliori. Le leggi lo permettono ma si sarebbe dovuto scoprire prima. Imponendo a chi controlla la filiera dell’automotive, quindi alle grandi case, la responsabilità dell’intero processo produttivo. Da anni in quel settore – specie in Italia – prospera il principio della socializzazione delle perdite e della privatizzazione dei guadagni. Con pesanti complicità che prosperano anche stavolta su indifferenza e assuefazione. Sempre pensando che i problemi siano quegli degli altri.
Ed è un po’ quello che è accaduto per anni e anni a fronte dell’emergenza climatica. Anche in questo caso i più hanno pensato che le sensibilizzazioni fossero folclore fin troppo chic, hanno preso in giro Greta Thunberg anche per il suo aspetto. Un classico. E avvilenti si sono rivelati quei titoli di giornale che giocavano sul nome della ragazza svedese, attivista principe nella battaglia culturale per lo sviluppo sostenibile, per dare dei “gretini” a quelli che la supportano. Ci sono stati editorialisti che hanno impunemente sostenuto che «caldo e freddo sono opinioni» e che «con due gradi in più a Bergamo si sta meglio».
In fondo tutto torna, sono i soliti opinionisti che fomentano l’infame campagna no-vax basata sulle menzogne e le false notizie. Alla fine, gran parte dei negazionisti hanno le stesse facce, di qualunque cosa si stia parlando.
Sono quelli che scambiano il “me ne frego” per libertà. Sono quelli che alimentano assuefazione e indifferenza. Anzi, talvolta spostano le attenzioni sui barconi dei migranti, sul ripudio di qualunque tipo di diversità. Che sia l’orientamento sessuale, la religione o anche il genere. O, peggio ancora, contro il rispetto delle regole spacciando per libertà quella di infettare gli altri.
Questo giornale da tempo cerca di non fare da cassa di risonanza ai peggiori striscioni no-vax, a chi propaganda fantasie scientifiche senza fondamento. Sarebbe come dare spazio a chi sostiene che piove dal basso verso l’alto, che la Terra è piatta e che esiste la Padania. Dobbiamo puntare su quello che per fortuna funziona, ad esempio la strategia di uscita dall’emergenza Covid. Non senza qualche difficoltà interna. L’avversione al Green pass per fortuna è stata una battaglia persa ma si sono visti fior di strizzate d’occhio ai negazionisti. Dirette e spregiudicate, come quelle della destra estrema, e indirette e pericolose come quelle di una parte del sindacato o della sinistra estrema, che invece di limitarsi a una sacrosanta richiesta di non far ricadere sui lavoratori il peso (anche economico) dell’applicazione delle nuove misure, hanno rischiato di aprire un pertugio alle strategie di vagabondi e oziosi.
Anche per questo è utile chiudere con le parole di venerdì dell’immunologo statunitense Anthony Fauci: «L’Italia è stata uno dei Paesi colpiti più severamente dal Covid-19 e dal vostro Paese abbiamo imparato molto. Gli italiani hanno fatto uno straordinario lavoro non solo nel dare cure all’avanguardia ai pazienti con Covid, ma anche nel dare l’esempio al resto del mondo anche nelle vaccinazioni. In Italia la campagna sta andando meglio che negli Usa».
Dunque, non c’è solo un’Italia che guarda il dito e non la Luna. Ed è da qui che possiamo, dobbiamo, ripartire con il Green pass e tutto ciò che serve per uscire dall’emergenza Covid e da tutte le altre. Tenendo ben presente che non c’è nulla che sia solo un problema di altri. Va ricordato sempre: la libertà è partecipazione.
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