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Il giornalismo sotto attacco e mal difeso
Rimettendo ordine a un po’ di documenti, ho ritrovato anche il mio primo tesserino, diciamo così, da giornalista. Non era, ovviamente, quello dell’Ordine, ma un "semitarocco" che, all’epoca, aiutava a farsi accettare un po’ ovunque anche come collaboratore.
La data è quella del 1° luglio 1971, ma ricordo bene che mi fu consegnato dal mio leggendario capo e primo grande maestro, Bruno Castagnoli qualche mese dopo che già bazzicavo l’altrettanto leggendaria redazione di Livorno de "La Nazione". Non avevo ancora 16 anni e non sto a spiegare l’emozione e il batticuore quando quel generoso, elegante, paternamente severo e protettivamente ironico gran signore di Castagnoli mi chiamò nella sua stanza per il primo, indimenticabile, riconoscimento a una passione che avrebbe segnato il resto dei miei giorni. Ma oggi non voglio parlare di quello scrigno di ricordi straordinari, umani e professionali, custodito nella memoria di mezzo secolo fa.
In questo momento voglio usare questa ricorrenza, la storia di una vita, per liberare un grido di protesta e di allarme con la stessa forza giovanile di cinquant’anni fa in difesa della libera informazione e di quel poco di autentico giornalismo rimasto che sta subendo, proprio in questi giorni, la più grave aggressione mai registrata prima alla sua stessa esistenza. E alla protezione costituzionale che una Democrazia vera dovrebbe avere a cuore di difendere con tutti i mezzi a disposizione.
Nel giro di pochi giorni è accaduto e sta accadendo di tutto: 1) la raccapricciante sentenza di una sezione del Tar del Lazio su ricorso di un avvocato legato al sistema di potere di Salvini contro il settimanale "Report" di Sigfrido Ranucci, reo di un’inchiesta sul suo conto, che ha trasformato in una follia interpretativa il giornalismo Rai in una pubblica amministrazione qualsiasi. Come se un’investigazione sul potere, compito democratico primario del giornalismo, fosse assimilabile a una licenza per un contestabile passo carrabile. E, tanto per capire la gravità del fatto, già oggi l’esempio dell’avvocato leghista, è stato seguito da Igli Tare, direttore sportivo della Lazio, anch’egli finito in un recente servizio di "Report" sui rapporti oscuri tra tesserati del calcio e giri di scommesse più o meno clandestini. Ora, a parte il fatto, neanche tanto secondario, che il prezzo venale di queste iniziative di singoli privati ricade su noi tutti che finanziamo con il canone la Rai costretta, legittimamente e opportunamente, a ricorrere contro queste ignominie con conseguente impennata dei costi legali, c’è un aspetto ancora più inquietante e insopportabile. Il silenzio di gran parte della politica, a parte singole voci di parlamentari, perlopiù di provenienza giornalistica. Silenzio rotto solo, manco a dirlo, dal consueto fragore, pacchiano e livoroso, di Matteo Renzi che sta alla libera informazione come la sua credibilità politica ai "babbi" di cioccolata dell’ex 007 Marco Mancini.
2) Come tutti sanno lo strumento di legge che consente a ogni cittadino, se si sente diffamato da servizi giornalistici, è quello della querela per diffamazione, regolato dall’articolo 595 del Codice penale. Su questo fronte, sempre in questi giorni, sono accadute due cose importanti: la prima è che la Corte Costituzionale ha di fatto cancellato il carcere per i giornalisti, riducendo definitivamente a casi di assoluta gravità, malafede e istigazione alla violenza il ricorso alla detenzione che, fino a ieri, tratteneva l’Italia agli ultimi posti nelle classifiche della civiltà democratica in termini di difesa dei diritti umani e della libera informazione. La seconda, a proposito di richiami europei che si perpetuano inascoltati, il Parlamento non ha ancora trovato il tempo da oltre un anno a queste parte, neanche di mettere a calendario la proposta di legge contro le cosiddette "querele temerarie", attualmente uno degli strumenti di ricatto più ignobili del potere, politico ed economico, nei confronti del giornalismo più coraggioso. Il giochino è sempre lo stesso: parte la querela con minacce di richieste milionarie di danni in sede civile, ma se il giudizio si conclude a favore del giornalista, chi ha usato questo metodo intimidatorio non rischia nulla. L’ultima proposta di legge, che porta la firma del senatore Di Nicola (M5S), giornalista, è di banalissimo buon senso: l’hai sparata grossa? Il giudice ti dà torto? Bene, paghi tu al giornalista ingiustamente querelato almeno un quarto della somma che avevi preteso, "temerariamente" appunto, in sede di denuncia. Ovviamente una norma del genere, fondamentale per la coerente difesa dell’articolo 21 della Costituzione che sacralizza laicamente la libertà di stampa come principio fondamentale e irrinunciabile della Democrazia, è vissuta peggio del coronavirus da professionisti della minaccia come lo stesso pluridecorato della querela Renzi e tanti altri suoi imitatori e sodali.
3) Il giornalismo italiano, sotto attacco come appena descritto e costretto, soprattutto nella forma stampata, a una lotta impari di sopravvivenza imposta dalla storia e dalla modernità del digitale, poi ci mette anche del suo. È sempre di questi giorni la decisione, (sembra di farlo apposta, ma è così, alimentata dall’onorevole Filippo Sensi del Pd, già portavoce di Renzi premier nel 2014) di prorogare di sei mesi il commissariamento dell’Inpgi, l’Istituto di previdenza dei giornalisti italiani ormai tecnicamente e sostanzialmente fallito con oltre 240 milioni di euro di debito. Una proroga che ha lo stesso effetto di una mentina a un moribondo, dal quale anch’io dipendo per la pensione. Una scelta che, al di là di assurdi e inutili sacrifici, peraltro orizzontali e senza distinzioni tra diritti e privilegi, ben rappresenta l’implosione di una categoria professionale esposta alle pressioni della politica.
Basta, sono andato anche troppo lungo. Mi fermo qui. Ma confido nella comprensione di chi legge. Ogni tanto tocca anche spiegare e spiegarsi, soprattutto quando in ballo c’è una visione mai mutata, l’unica che considero possibile, del concetto e valore di Democrazia e della funzione che il giornalismo è chiamato a svolgere in sua difesa: il cane da guardia del potere. --
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