Lo Stato compra a nove miliardi Aspi accusata del crollo del ponte Morandi
Mai revocata la concessione alla società autostradale: l’operazione per non pagare un indennizzo da 23 miliardi
C’è una storia brutta e complicata intorno al crollato ponte Morandi di Genova e all’Aspi, la società Autostrade del gruppo Atlantia/Benetton accusata della morte di 43 persone, per mancata manutenzione del viadotto. Per spiegarla, c’è un manager in pensione di 80 anni, Raffaele Scippa, che da mesi spende migliaia di euro in pubblicità sui quotidiani – giovedì l'inserzione è uscita anche su Il Tirreno – perché nessuno ascolta quello che ha da dire. C’è pure un dipendente del ministero dell’Interno che ha mandato un esposto alla Procura di Roma, segnalazioni al Tar della Liguria, lettere alla Corte dei Conti, al presidente della Repubblica, al presidente del Consiglio, ai presidenti delle Camere. Finora i due cittadini – così di definiscono – non sono riusciti a ottenere nulla.
La convenzione dubbia
La storia brutta si potrebbe riassumere così: dopo il crollo del ponte Morandi, il 14 agosto 2018, lo Stato annuncia che toglierà ad Aspi la concessione della gestione delle autostrade per gravi inadempienze. Ma la concessione non è mai stata revocata. Perché? Perché la convenzione fra Anas e Aspi, firmata nel 2007, prevede una clausola capestro per lo Stato. Così capestro che viene da chiedersi chi l’abbia scritta: prevede, infatti, che anche in caso di grave inadempienza contrattuale (volontaria mancanza o rifiuto di lavori alle autostrade) lo Stato deve pagare un maxi indennizzo al concessionario. Il maxi indennizzo corrisponde ai mancati guadagni per Aspi calcolati dal momento della revoca della concessione alla scadenza naturale della concessione. In concreto, con la concessione in scadenza nel 2038 (prorogata al 2043) Aspi avrebbe potuto reclamare 23 miliardi, malgrado la morte di 43 persone con il crollo di ponte Morandi.
L’acquisto di stato
Così lo Stato ha deciso di avviare una trattativa e di risolvere il problema in questo modo: invece di revocare la concessione, si compra la maggioranza delle quote di Aspi. Attraverso Cassa Depositi e Prestiti (che gestisce i risparmi postali degli italiani) sborsa 9,5 miliardi e mezzo e diventa socio di maggioranza di Aspi, accollandosi – come prevede la convenzione del 2007 – anche tutti gli impegni verso terzi della società: gli eventuali risarcimenti nei confronti delle vittime del Morandi, i debiti nella pancia di Aspi (ammonterebbero a 10 miliardi), tutti i lavori di manutenzione non eseguiti dalla società. Su questo la politica finora non ha detto una parola. Ha parlato, però, nel 2018 la commissione di esperti istituita nel 2018 dal ministero delle Infrastrutture.
Clausole capestro
In particolare la commissione contesta la clausola sull’indennizzo a qualunque costo. La definisce una «clausola del tutto eccentrica rispetto al sistema della responsabilità contrattuale (i riferimenti sono sia al Codice civile sia al Codice dei contratti, ndr) e manifestamente nulla sotto vari profili». Insomma gli esperti dicono che la clausola dell’indennizzo “a prescindere” non è valida perché sarebbe «dettata dalla finalità di assicurare a una delle parti (Aspi) una posizione di forza (potere privato), suscettibile di tradursi in una condizione di sostanziale immunità e privilegio, in aperta violazione dei principi di uguaglianza che permeano anche i rapporti di diritto privato».
Inoltre, ribadiscono gli esperti del ministero, è nullo (ai sensi del codice civile) qualunque patto «escluda in modo preventivo la responsabilità del debitore per dolo o colpa grave. Le clausole della convenzione impediscono di fatto la risoluzione per inadempimento se non a costo di esborsi insostenibili». Infine per gli esperti del ministero queste clausole sono in contrasto con l’ordine economico «nella misura in cui costruiscono attorno ad Aspi una rete di protezione», per metterla al riparo dalla revoca della concessione anche in caso di condotta illecita.
Il manager indignato
Di fronte a questo quadro, si manifesta l’indignazione di Scippa: «Questa convenzione è chiara. Ci fa capire che per Aspi non ci sarebbe stata mai una reale sanzione, né se si fosse comportata bene, né se si fosse comportata male. Anzi la revoca della convenzione per Aspi avrebbe significato la vincita di un terno al lotto con la clausola che obbliga lo Stato a pagare i mancati guadagni fino alla naturale scadenza della concessione». Allora – prosegue l’ex manager che finanzia di tasca propria la campagna contro questa operazione – bisogna che lo Stato risponda a un po’ di domande: «Se la società accusata del crollo del ponte Morandi è gravemente inadempiente, perché deve essere indennizzata a colpi di miliardi? Le è mai stata inviata una lettera per contestarle l’inadempienza? Perché lo Stato deve acquistare questa società? Non si capisce che con questa offerta di acquisto, si è evitato il crollo in Borsa di una società che altrimenti non avrebbe più avuto valore dopo il crollo del ponte Morandi ? Allora perché lo Stato è disposto a pagare 9 miliardi, con i nostri soldi, per Aspi?». La raffica di domande si interrompe. Poi arriva l’ultima. La “domanda diabolica” che Scippa vorrebbe porre al capo del governo, a Mario Draghi , dopo aver scritto a tutti, da Mattarella in giù: «Scusi presidente, ma se un tribunale dimostrasse che effettivamente Aspi è stata inadempiente per il ponte Morandi, perché lo Stato dovrebbe acquistarla a una cifra esorbitante? Magari aspettiamo di vedere cosa stabilisce la giustizia sulla legittimità della convenzione. E se proprio deve essere quella la strada, lo Stato si sieda a un tavolo e tratti sul prezzo». Pesando bene il valore di quello che compra. —
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