Il Tirreno

Toscana

Uccise l’appuntato. Ora Matteo aiuta i giovani carcerati

Daniele Dei
La vedova Claudia Francardi con Irene Sisi mamma di Matteo Gorelli (nel tondo)
◗
La vedova Claudia Francardi con Irene Sisi mamma di Matteo Gorelli (nel tondo)

Il protagonista di questa storia è un 29enne di Cerreto Guidi, che sta scontando una pena di 20 anni di reclusione nel carcere milanese di Bollate

4 MINUTI DI LETTURA





Ieri era il compleanno della sorella Chiara e per regalo lui e lei hanno intrapreso una nuova avventura. Una cooperativa che servirà ad aiutare a Milano tanti ragazzi con disagio sociale. Il protagonista di questa storia è Matteo Gorelli, 29enne di Cerreto Guidi, che sta scontando una pena di 20 anni di reclusione nel carcere milanese di Bollate per l’omicidio dell’appuntato scelto Antonio Santarelli e per il ferimento del carabiniere Domenico Marino. Era il 25 aprile di dieci anni fa a Sorano, nel Grossetano. Il presente di Gorelli ha un nome ed è “Atacama”, come il grande deserto tra il Cile e il Perù. È questo il nome scelto per la nuova cooperativa che i fratelli Gorelli hanno fondato assieme ad altri due giovani. Giovedì scorso c’è stata la firma dal notaio a Milano per costituire questo nuovo soggetto.

Il prossimo passo sarà quello di trovare un luogo affinché l’attività possa partire e stanno cercando un fondo. I ragazzi hanno partecipato a un bando del Comune di Milano che ha erogato un finanziamento. «Si tratta di un progetto di reinserimento sociale – spiega la madre Irene Sisi – in cui ci saranno laboratori di scrittura creativa, musica, poesia, iniziative per favorire l’accesso al mondo del lavoro. Sarà una cooperativa attiva a 360 gradi sul tema del disagio, per giovani che hanno toccato la sfera del penale, ma non esclusivamente per loro. Si tratta di una risposta anche a quello che è stato il reato commesso da Matteo». Per dare il proprio contributo, la sorella Chiara Gorelli, ieri 26enne, sta facendo la spola tra la Toscana e la Lombardia per essere parte attiva del progetto. In questi dieci anni Matteo Gorelli ha cercato di dare una svolta a una vita compromessa quel 25 aprile 2011 quando, andando a un rave party con tre ragazzi allora minorenni, fu fermato alla guida della sua auto da Santarelli e Marino, poi aggrediti mentre raccoglievano i documenti dei giovani. Santarelli morì a Chieti l’11 maggio 2012 dopo oltre un anno di coma, Marino perse la vista all’occhio destro. Gorelli fu condannato all’ergastolo in primo grado, poi in appello la pena è stata ridotta a venti anni di reclusione. Da allora è iniziato un percorso complesso. Dapprima nella comunità Exodus di don Antonio Mazzi, poi l’inserimento nel carcere di Bollate a Milano in cui ha iniziato gli studi universitari, prima in Scienze dell’Educazione, poi una specialistica in Pedagogia, entrambe alla Bicocca. Si è laureato sempre con il massimo dei voti. Adesso Matteo sta di nuovo studiando, segue il corso di Economia alla Statale. «I primi due percorsi di studio gli sono serviti per poter diventare un educatore – spiega la madre – il cammino che ha intrapreso adesso gli è utile proprio per acquisire competenze di gestione, anche considerato questo passo della cooperativa. Lui si è dato da fare per cercare di mantenere la promessa fatta alla famiglia e a Claudia Francardi (vedova di Santarelli, con cui Irene Sisi negli anni ha stretto un rapporto di amicizia sfociato in iniziative comuni di sensibilizzazione, nda), oltre che a se stesso. Se io e Claudia riusciamo a mostrare la nostra situazione, è solo grazie al fatto che Matteo sta portando avanti questo cammino. Noi ci crediamo. Perché se dai una mano alle persone a costruirsi una seconda opportunità, poi i frutti alla fine si vedono».

Adesso Gorelli è impegnato come educatore alla comunità Kayròs di don Claudio Burgio: «Lui esce dal carcere negli orari in cui lavora – prosegue la mamma – e si occupa dei giovani che vengono dall’istituto minorile. È stato scelto, al di là degli studi, per ciò che rappresenta per loro. Cioè un’alternativa, una persona che prova a farcela, a risollevarsi. È per loro uno stimolo». In Italia il dibattito su come il carcere possa essere riabilitativo e non solo punitivo è attivo da anni e, alla luce di questa storia, anche Irene Sisi si è fatta la sua opinione. «Bollate è un carcere moderno – conclude la madre di Matteo Gorelli – tende molto ad aprirsi all’esterno, a proporre percorsi di studio. Ma Bollate non è l’Italia delle carceri, non tutti hanno la fortuna di scontare lì la propria pena. Per la giustizia italiana se resti tutta la vita a vedere la tv in carcere non importa. Qui invece si scommette su un giovane che ha commesso un gravissimo reato. La sola privazione che dovrebbe esserci nelle strutture penitenziarie è quella della libertà». —

RIPRODUZIONE RISERVATA

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google

Cronaca flash

Meteo

Maltempo in Toscana, scatta l’allerta gialla: temporali forti, vento e grandine – Ecco dove

di Redazione web