Il presidio
I migranti nei ghetti, l’accoglienza tradita
Caravella: violenze, scontri e coltelli e all’esterno anche casi di prostituzione
Non potremo mai essere soddisfatti finché gli spostamenti sociali davvero permessi ai negri saranno da un ghetto piccolo a un ghetto più grande». Lo disse Martin Luther King il 28 agosto 1963 a Washington, nel celebre discorso da tutti conosciuto come “I have a dream”.
Il ghetto veniva citato spesso dal reverendo nero più famoso della storia. Ghetto come luogo di segregazione razziale. Ghetto come periferia dimenticata, zona nascosta. Come lo sono diventati oggi molti centri di accoglienza per immigrati. Luoghi affidati dalle prefetture ad associazioni umanitarie o di volontariato oppure spuntate dal niente. Associazioni che li gestiscono come possono o come vogliono. E chi s’è visto s’è visto. Lontani dagli occhi, lontani dal cuore.
Molti centri di prima accoglienza in Italia sono diventati un ghetto. Anche La Caravella, l’ex residence dove giovedì è morto un ragazzo e dove è esplosa la protesta dei suoi connazionali. Tali Hocudua, nigeriano, 31 anni, in Italia da sei e alla Caravella da due, si era visto bocciare per tre volte (dalla commissione, poi dal tribunale e dalla Corte di appello) la richiesta di asilo. Da fine febbraio aveva in mano solo un decreto di espulsione. Gli amici dicono che fosse disperato. Per sapere come è morto davvero bisogna attendere l’autopsia, in programma martedì.
Certo è che il giovane mercoledì sera era tornato di nascosto nell’ex residence, aveva occupato quello che era stato il suo alloggio e si era chiuso dentro. La mattina dopo era stato trovato morto, nel soggiorno, appoggiato al lettino e in mezzo al vomito. È stato detto che avesse bevuto troppo. Anche se molti amici lo ricordano con il suo soprannome, “il Pastore”, dovuto proprio allo stile di vita: non beveva, non fumava, non si drogava. Fatto sta che, una volta arrivate le forze dell’ordine, alla Caravella lentamente era montata la protesta, poi sfociata in rivolta. Uno dei migranti era salito sul cofano dell’auto dei carabinieri e aveva sfondato il parabrezza. Mentre veniva portata fuori la salma una ragazza aveva lanciato sassi contro noi del Tirreno, dopodiché erano volati spintoni e sputi finché non erano intervenute le forze dell’ordine che avevano riportato, con fatica, una certa calma.
Ieri mattina (venerdì 26 marzo) una delegazione formata da tre migranti e due operatori della Croce rossa è stata ricevuta a Livorno dal prefetto Paolo D’Attilio. I tre si sono scusati a nome della comunità, hanno spiegato le loro ragioni, hanno avanzato alcune richieste. E sono tornati alla Caravella, dove ieri mattina sembrava che non fosse successo niente.
E invece no, il problema resta. Perché là dentro le cose non sembrano sotto controllo. Nessuno lo dice ufficialmente, ma fonti riservate raccontano di altri episodi di violenza avvenuti tra quei bungalow e rimasti sommersi. Nulla di gravissimo, ma si parla comunque di scontri e di qualche coltello. Si parla soprattutto di prostituzione, esercitata sia all’esterno (a Follonica in particolare ma anche lungo la vecchia Aurelia) sia all’interno del centro. La vigilanza privata ha un presidio fisso all’ingresso della struttura, ma la recinzione che corre intorno al villaggio ha numerosi buchi. Insomma, specialmente la sera, entrare o uscire dal centro non è difficile. Le stesse fonti raccontano di un rapporto sempre più problematico tra la comunità dominante, quella nigeriana, un’ottantina su 115 ospiti, e gli operatori della Croce rossa. Frizioni che sarebbero dovute al tentativo, da parte dei vertici della Cri, di stringere un po’ le maglie e imporre normali regole di comportamento e convivenza. La fotografia di queste tensioni è stata la fuga della direttrice del centro, una dipendente della Croce rossa, costretta a scappare scortata dalle forze dell’ordine giovedì durante i tumulti.
Del resto il ghetto questo produce. La noia, poi il disagio, poi le tensioni e infine la rabbia. Il non far niente, il sentirsi abbandonati, il dover aspettare cinque o sei anni per una procedura che sulla carta dovrebbe concludersi in diciotto mesi, non aiutano. Non è questione di strutture e di servizi. La parola ghetto evoca un luogo povero, degradato, inospitale. Non è così per la Caravella, che conserva il fascino dell’ex residence a due passi dal mare. La struttura è molto bella, relativamente nuova, gli spazi consentono movimento e socializzazione. C’è molto di peggio in giro.
E allora perché quella rabbia, quella voglia di sfogarsi, di spaccare e di usare le mani? Perché si sta parlando di una comunità eterogenea, formata da persone diverse l’una dall’altra e provenienti da mondi lontani. Una comunità forzata, dove vige pur sempre la legge del più forte. E dove la presenza dello Stato viene percepita solo in negativo. A parte le uniformi, non si vede mai un’autorità civile. L’ultima foto in questo senso ce la regala il prefetto D’Attilio, quando dice che «i tre delegati erano felicemente sorpresi di poter parlare con quello che rappresento. Cioè con la massima autorità».
In quella terra di mezzo, sul confine preciso tra Piombino e Follonica, troppo spesso l’autorità è quello o quella che urla più forte. —
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