Il Tirreno

Toscana

Chi ci minaccia ha già perso la sua sfida

Stefano Tamburini
Chi ci minaccia ha già perso la sua sfida

Centri accoglienza: affare per pochi, umiliazioni per chi ci vive

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Purtroppo dobbiamo ancora parlare di insulti, minacce e aggressioni nei confronti di giornalisti del Tirreno. Negli ultimi giorni a una lista già fin troppo lunga si sono aggiunti due episodi inquietanti. Il primo, ancora tutto da approfondire da parte degli investigatori, si riferisce a un collega della cronaca di Livorno raggiunto da una strana telefonata nel cuore della notte. La voce era quella di un uomo che faceva inquietanti allusioni su termini utilizzati nei suoi servizi, relativi a una delle inchieste di cronaca giudiziaria che negli ultimi tempi hanno interessato il Comune di Livorno, invitandolo a scendere sotto casa.

Di fatto due segnali (“so dove abiti e che numero di telefono hai”) per niente incoraggianti.

Il secondo episodio riguarda un cronista e il fotografo della redazione di Piombino. Stavano seguendo la “rivolta” che si è scatenata in un centro di accoglienza per immigrati dopo la morte di uno degli ospiti. Ci sono stati insulti, lanci di sassi (per fortuna schivati) e sputi all’indirizzo dei due colleghi. Se non c’è stato di peggio è grazie alla loro gestione del momento difficile e al pronto intervento delle forze dell’ordine.

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Dobbiamo però tenere ben distinti i due episodi. Il secondo è figlio dell’esasperazione che si crea in strutture come i centri di accoglienza, che di fatto sono veri e propri ghetti, risultato di tutto il peggio che emerge da una politica miope di gestione del fenomeno immigrazione.

Questo giornale non è mai stato, e mai lo sarà, fra chi vorrebbe alzare i muri, anche in mare, affondando i barconi. Perché, oltre a essere inaccettabile pensare di far morire delle persone solo perché sono nate dalla parte sbagliata del mare, non servirebbe a niente. Storicamente i fenomeni migratori sono provocati dalla fame e dalle guerre e non si fermano se non ristabilendo equilibri di vivibilità, risorse e ricchezza. È stato così e lo sarà per sempre.

Detto ciò, però, non è neanche accettabile che alla solidarietà segua di fatto l’abbandono, che queste persone siano tenute a far niente dentro una struttura lontana da tutto e da tutti per anni, anche cinque o sei. Che quelle strutture diventino, non sempre ma spesso sì, motivi di guadagno facile per quei pochi che sfruttano i flussi degli aiuti. E al tempo stesso siano luoghi di disperazione per molti, in balìa di fenomeni paramafiosi di controllo, talvolta anche di sfruttamento della prostituzione e luogo fertile per reclutare manovali della piccola criminalità. Se si isolano le persone, se non si seguono, se di fatto si ignorano, è inevitabile che vincano i peggiori, che anche i migliori (i più) siano ostaggio di chi prende il sopravvento facendosi scudo dell’umana disperazione degli altri.

Nella nostra edizione di ieri la parte che più ci riguarda del racconto è rimasta sullo sfondo. Abbiamo deciso di tenere in secondo piano minacce e aggressioni nei nostri confronti evidenziando soprattutto quelle verso le forze dell’ordine e i volontari del centro di accoglienza teatro della rivolta degli immigrati, per non diventare protagonisti e anche per non essere oggetto di strumentalizzazione da parte di chi vorrebbe che quelle persone non fossero lì. Però anche da queste donne e questi uomini che vivono nel disagio pretendiamo che non impugnino la spranga per far valere le proprie ragioni.

Per il primo episodio, per quella che appare come una vera e propria intimidazione, siamo ancora più preoccupati, perché dietro c’è un clima ancora peggiore. C’è la minaccia che non fa vivere tranquilli, ci sono persone care da tutelare al fianco del cronista finito nel mirino. C’è la sensazione che parlare di legalità, di tutela dei beni pubblici provochi qualche mal di pancia di troppo. L’inchiesta riguarda casi di corruzione al vertice dell’ufficio patrimonio del Comune di Livorno, crocevia della maggior parte delle operazioni immobiliari che riguardano la città: vendite all’asta di beni pubblici, permute, progetti, cambiamenti di destinazione d’uso. Insomma, tocca tanti nervi scoperti che lambiscono anche il mondo della politica.

Questi due episodi si aggiungono ad altri, molto recenti. Quello del 10 febbraio, a Livorno, quando un nostro collaboratore era stato minacciato da un iscritto a un’associazione nautica che si era spacciato per poliziotto («dammi i documenti che li fotografo, poi dammi anche il cellulare che cancello tutti gli appunti e se ti rifiuti ti butto in acqua»).

E poi ancora, il 22 febbraio, altri due episodi. Uno a Pistoia: fra i commenti social sotto una nostra notizia legata all’emergenza Covid uno è agghiacciante: «Ci vorrebbe un bell’attentato alla sede de “Il Tirreno”, con tanto di morti e feriti...».

L’altro di nuovo a Livorno, da parte di un sedicente giornalista che scrive per un sito internet, protagonista di ripetuti episodi di plagio. Ha affrontato il collega che ispira i suoi pezzi fatti con la carta carbone elettronica: «Ah, sei quello che ha detto che copio? Te sei una testa di cazzo e se lo ridici vedi cosa ti succede...». Poi è seguito anche di peggio, con altre minacce e gestacci.

Per i primi casi abbiamo presentato tempestivamente le denunce e le indagini corrono spedite. E, doverosamente, abbiamo fatto la stessa cosa anche per gli ultimi due episodi. Non c’è in ballo solo la nostra sicurezza ma anche e soprattutto la libertà. Di informazione e non solo. Chi ci minaccia, ci insulta e ci aggredisce deve essere consapevole: ha già perso. — twitter: @s_tamburini RIPRODUZIONE RISERVATA  

 

 

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