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Toscana

Soldi e solidarietà così funziona il sistema in Italia

Claudia Guarino
Migranti e forze dell’ordine durante la protesta (foto Pabar)
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Migranti e forze dell’ordine durante la protesta (foto Pabar)

Le norme che regolamentano la gestione dei richiedenti asilo 

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La domanda d’asilo, l’esame della commissione e il responso. Se va bene lo status di rifugiato, se va male il foglio di via. In mezzo, un percorso che può durare anche anni. Fatto di centri di prima e seconda accoglienza. Di corsi, ricorsi e attese. Poi c’è la questione dei soldi destinati a chi gestisce i centri di accoglienza. Per qualcuno sono troppi, per altri appena sufficienti a garantire un servizio dignitoso.

I PERNI DEL SISTEMA

In Italia la gestione e l’accoglienza dei richiedenti asilo è regolata da un vasto corpo di norme. L’ultima è il decreto sull’immigrazione del secondo governo guidato da Giuseppe Conte, che ha rimesso mano al decreto sicurezza con cui Matteo Salvini aveva rimescolato le carte in tavola. Non è questa le sede per analizzare le norme, ma si può sintetizzare dicendo che l’accoglienza ruota attorno a due perni: i Cas, centri di accoglienza straordinaria, e il Sai, sistema di accoglienza e integrazione, quello che un tempo si chiamava Sprar e dopo ancora Siproimi. Dei Cas si occupa la prefettura, mentre i progetti per le strutture Sai, che in teoria vivono su una logica meno assistenziale e più volta all’integrazione capillare sul territorio, sono in capo ai Comuni.

La Caravella di Piombino, dove di recente è stato trovato morto un ex ospite, è un Cas. Lì stanno quanti sono in attesa di ricevere dalla commissione di competenza una risposta circa la loro domanda di protezione internazionale. I centri di accoglienza straordinaria fanno capo alla prefettura territoriale, nel caso di Piombino quella di Livorno, che periodicamente pubblica dei bandi per affidare la gestione della cosiddetta prima accoglienza. Ci partecipano enti e associazioni, che presentano un progetto con indicata la struttura messa a disposizione per lo scopo. All’ente gestore viene destinata una somma di denaro. E l’offerta è al ribasso. Lo spiega bene Stefano Ferrari, presidente di Arci Solidarietà Cecina, associazione che per anni ha gestito Cas nelle province di Livorno e Pisa.

I SOLDI PER I MIGRANTI

«Prima del decreto Salvini – dice – la cifra prevista per ogni richiedente asilo era di 35 euro giornalieri. Ma 35 euro era un massimo, nel senso che per vincere il bando della prefettura si poteva andare al ribasso. Questi 35 euro servivano, per esempio, per organizzare vitto, alloggio, vestiario, corsi, assistenza psicologica, sanitaria, corsi, trasporti. E nei 35 euro erano inclusi 2,50 euro di pocket money, cioè i soldi che davamo direttamente a ogni richiedente asilo. Col decreto Salvini i 35 euro sono diventati, se non erro, 20,50 e il decreto Conte è rimasto su per giù intorno a tale cifra».

Sull’ammontare dei “contributi”, nel tempo si è fatto un gran parlare. C’è chi ha detto che sono troppi, chi ha detto che sono troppo pochi e chi ha detto che finiscono nelle tasche degli enti che gestiscono i centri. «Guardi – dice Ferrari – posso dirle che con 35 euro riuscivamo a garantire un’accoglienza dignitosa. Fatta di corsi di italiano, servizi vari e cura delle strutture. A questo servono i soldi. Se poi c’è chi li ha usati diversamente trascurando l’accoglienza, e abbiamo letto notizie del genere, questa è un’altra storia».

SEMPRE MENO CENTRI

Oggi come oggi, anche in Toscana, i centri di accoglienza straordinaria sono in numero minore rispetto a qualche anno fa. Prima di tutto perché è diminuito il numero degli arrivi. Dal primo al 31 marzo 2017, per fare un esempio, sulle coste italiane sono sbarcati 24.280 migranti, mentre dal primo al 15 marzo di quest’anno ne sono arrivati 6.042. I numeri sono consultabili sul cruscotto statistico giornaliero pubblicato sul sito del ministero dell’interno. Ma l’articolazione dei centri di prima accoglienza rimane più o meno la stessa. «I richiedenti asilo (quelli che non sono nel sistema Sai) aspettano nei Cas che la commissione analizzi la loro richiesta di protezione internazionale – spiega Ferrari – prima servivano sui due anni per avere una risposta, ora i tempi si sono un po’ accorciati. Se la commissione crede che il richiedente abbia diritto allora per lui c’è il permesso di soggiorno e lo status di rifugiato. Altrimenti si può fare ricorso. Se il richiedente perde anche i ricorsi allora per lui c’è il foglio di via. Deve uscire dal Cas. Il problema è che così le persone sono in mezzo a una strada. Senza documenti e senza diritti. E l’epilogo spesso non è affatto felice». —© RIPRODUZIONE RISERVATA
 

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