Il Tirreno

Toscana

Spazio alle donne capaci e non solo perché son donne

Ilaria Bonucccelli

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Leggo e rileggo le parole che Enrico Letta, fresco segretario nazionale del Pd, pronuncia nella sua intervista esclusiva a Il Tirreno , il nostro quotidiano. Non riesco a staccarmene: «Io non posso immaginare che nel nostro partito ci siano solo volti maschili al vertice. Non possiamo essere quelli con uomini al comando e donne vice, quando va bene. Servono leadership mischiate, specie adesso che in Europa ci sono Angela Merkel, Ursula von der Leyen, Christine Lagarde. Per me questo è un passaggio chiave». Urca. Poi, per confermare che non sono solo parole, Letta suggerisce ai colleghi di partito di sostituire i due capigruppo uomini alla Camera e Senato con due capogruppo donne.

Mi piace, penso d’istinto. Poi mi fermo. Mi piace che in un partito – come in qualunque situazione della nostra vita lavorativa, culturale, istituzionale – non ci siano solo uomini al comando. Ma non mi piace che si debbano sostituire gli uomini con le donne solo per una questione di rappresentanza: uno a te, una a me. Riprodurre la logica della spartizione per generi non fa bene a nessuno. Garantire la guida in base alle capacità credo che sia la chiave.

Questo non accade. Non accade nel Pd, non accade fuori. Il segretario Letta che ha passato gli ultimi sette anni «a imparare» e a dirigere la Scuola di Affari internazionali dell’Università di Scienze politiche di Parigi lo ha capito molto bene. Finora i posti chiave sono toccati agli uomini, ora devono toccare anche alle donne perché – dice Letta – non si può immaginare un partito con solo “maschi” al comando. In questa frase c’è un concetto più sottile di quello che appare a prima vista: non si può immaginare che nel Pd (come in ogni altra situazione) ci siano solo uomini capaci. Ci sono anche donne capaci alle quali non viene lasciato spazio.

Ecco lo sforzo da compiere è proprio questo: lasciare spazio alle donne capaci e non alle donne in quanto tali. Finora gli errori sono stati commessi perché ai posti di comando sono stati messi uomini, indipendentemente dal loro valore. Ora è il momento di mettere “persone” capaci: uomini e donne. Con un passo ulteriore, forse il più difficile. Nei confronti degli uomini incapaci, che non svaniranno con un tocco di bacchetta magica, deve cessare quell’indulgenza complice che è sempre esistita: un capo maschio incapace è sempre stato tollerato. Una donna incapace, al comando, invece no. La diversa capacità di tolleranza dell’imbecillità in base al genere di chi comanda è una delle forme di rozze di discriminazione. Ma non ce ne accorgiamo.

Tutti dobbiamo combatterla. Come? Trattando chi non vale allo stesso modo, indipendentemente dal genere. E scegliendo chi vale. Senza pescare sempre dallo stesso genere. Sostituire un sistema di vertici incapaci con un altro, solo di genere diverso, sarebbe la peggiore sconfitta. E chi se ne frega se gli uomini peggiori al comando sono stati accettati. Ai vertici vogliamo le donne migliori. Che devono arrivare coi tempi giusti. Non impiegandoci il triplo dei colleghi e dovendo dimostrare il triplo della preparazione per ottenere lo stesso ruolo (magari a una paga più bassa). Questo è il maschilismo più duro da sconfiggere. —

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