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Toscana

Mobilità, fisco e movida: la normalità di ripensare

Luigi Carletti
Mobilità, fisco e movida: la normalità di ripensare

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Affermare che questa pandemia è come una guerra, significa probabilmente esagerare rispetto a molte delle conseguenze che una guerra porta con sé, ma per certi aspetti questo periodo può davvero ricordare l’esperienza bellica. Nei primi anni Novanta il mio lavoro di giornalista mi portò in Croazia. Il paese era coinvolto nella guerra dei Balcani e nelle città della costa si udivano le esplosioni distanti poche decine di chilometri. La sera c’era il coprifuoco, strade e piazze deserte, locali pubblici chiusi. Durante il giorno le persone che s’incontravano non parlavano del futuro, bensì del passato: ti ricordi quando potevamo fare questo e quest’altro? C’eri tu quella volta che andammo a ballare? Chi guidava la macchina quando facemmo quella gita a Dubrovnik?

La gran parte dei discorsi che mi capitava di sentire tra le persone del posto, e che mi venivano tradotti, erano all’insegna del ricordo velato, se non intriso, di rimpianto. Finché un giorno la giornalista croata che mi faceva anche da interprete non sbottò: «Invece di pensare al domani, stanno lì a guardarsi indietro, e nessuno che dica una parola su tutto quello che faceva schifo».

Quell’affermazione allora mi sembrò esageratamente dura e ingenerosa, ma non vi colsi l’elemento di verità più forte e genuino che conteneva: idealizzare il passato era anche un modo per non mettersi in discussione rispetto al futuro. Futuro che prima o dopo sarebbe arrivato, e che per tanta gente probabilmente avrebbe significato la semplice riproposizione dei vecchi modelli.

In molti dei discorsi a cui capita di assistere oggi, soprattutto sui social, e nei comportamenti che spesso ne sono la conseguenza, c’è molto di questo riandare al passato in una costante riproposizione di ciò che ieri era la cosiddetta “normalità”, che oggi non c’è più perché “sospesa”, ma che domani – passata la pandemia con i suoi effetti – dovrebbe tornare né più né meno come prima. Ecco che mi verrebbe da dire come quella giornalista croata trent’anni fa: ma siamo sicuri che un futuro (auspicabilmente migliore) debba restaurare tutto ciò che in questo momento è congelato?

Proviamo a fare tre esempi, che sono poi altrettanti aspetti piuttosto importanti del nostro vivere in una società moderna: la mobilità, la socialità, il contributo ai costi collettivi, ovvero le tasse.

Partiamo dalla mobilità. Oggi ci fanno impressione le strade semivuote e le città che dopo una certa ora diventano spettrali. Quel traffico che “prima” ci dava sui nervi e ci sembrava talvolta insopportabile, adesso ci vien quasi da rimpiangerlo, perché tutte quelle ruote e quei tubi di scappamento erano la “normalità” che sentiamo di aver perduto. Quindi tornare a vivere significa tornare a morire di inquinamento anziché di Covid? Ecco un tema sul quale forse dovremmo riflettere, con buona pace di chi pensa che ciclabili e mezzi alternativi all’auto siano semplici chimere.

Veniamo alla socialità, e in particolare a quel modello di interazione serale che va sotto il nome di “movida”, con tutte le sue declinazioni possibili, dall’aperi cena al dopocena con rissa inclusa. Ci sono migliaia di persone in astinenza da movida, e ce ne sono molte di più che in questi mesi hanno riassaporato il piacere del sonno notturno. Tra le ragioni dei primi e quelle degli altri io scelgo gli altri, quelli scippati del riposo. Nel ripristinare la normalità, si potrebbe pensare anche al rispetto delle leggi sugli schiamazzi e sul diritto alla quiete notturna?

Infine il contributo ai costi collettivi, ovvero il dovere di pagare le tasse. Siamo nel paese della giungla fiscale e delle sperequazioni verso autonomi e partite Iva, ma siamo anche il regno dell’evasione fiscale. Nelle categorie che oggi giustamente si lamentano per le chiusure da Dpcm (commercianti, imprenditori, artigiani, ristoratori) ci sono evasori che hanno fatto la storia dell’elusione fiscale in Italia. Per molti di loro, tornare alla normalità significa tornare a “fatturare senza fattura”, a evitare cioè di pagare le tasse.

Anche qui, possiamo provare a immaginare una nuova normalità un po’ meno normale di prima?—

mail: carletti.luigi@gmail.com

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