Il Tirreno

Toscana

La politica deve guidare i cambiamenti

Fausto Bosco

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È in corso un cambiamento repentino dei nostri stili di vita. Lo tsunami della pandemia ci ha travolti facendoci trovare impreparati. Assisteremo nei prossimi mesi a un boom dello smart working. Diversi studi hanno stimato che degli attuali 8.000.000 di lavoratori che si sono trovati, inizialmente con non poche difficoltà, a lavorare da casa forzatamente a causa della pandemia, circa la metà non farà più ritorno in ufficio.

Questo determinerà inizialmente degli squilibri sociali ai quali la politica ha il dovere di saper fornire risposte immediate. Si andrà sempre più verso una antropizzazione diffusa, le città e i territori così come li conosciamo dovranno essere ripensati.

Ciò non significa che i centri urbani perderanno la loro centralità, tutt’altro. Ma vanno resi vivibili, cuciti a misura d’uomo, tenendo l’occhio puntato sulla mobilità sostenibile, il recupero delle aree e degli edifici dismessi, rendendo la “cementificazione zero” non un’utopia ma una bella realtà. Dobbiamo essere noi a guidare il cambiamento che è già in atto, altrimenti rischiamo di subirlo, inermi, perché non ci siamo fatti trovare pronti alle sfide che ci attendono nei prossimi anni.

Due sono le priorità per l’immediato. La prima è quella relativa alla piaga della disoccupazione che è esplosa a seguito della pandemia. Ogni ora 50 persone perdono il lavoro. Nel 2020 sono oltre 440.000 i posti di lavoro andati in fumo. Le donne hanno pagato il prezzo più alto di questa crisi, segno che ancora oggi la tanto sbandierata parità di genere è ancora lontana dall’essere pienamente raggiunta. Numeri impietosi che celano drammi umani, storie di persone, di famiglie, di vita quotidiana.

La seconda è quella dell’emergenza sanitaria e della campagna vaccinale. Va fatta un’attenta analisi di ciò che ha funzionato e di ciò che invece ha fallito durante la pandemia. Ricostruire un sistema sanitario che agisca in maniera capillare sui territori avvalendosi di presidi sanitari all’avanguardia è quanto mai prioritario. Si registra una disparità di trattamento fra chi vive nelle città e a ridosso di esse e chi invece abita nei piccoli borghi lontano dai centri urbani densamente popolati.

Quindi, dicevamo, smart city ma anche antropizzazione delle aree rurali. Non possiamo ignorare il fatto che proprio nella Toscana diffusa, lontana dai centri più popolosi, si è assistito negli anni all’affermazione della destra. Se si fa un’analisi del voto, si evince facilmente che laddove è maggiore il senso di smarrimento, di solitudine e di emarginazione maggiore è l’avversione verso la politica in senso lato. E laddove la politica è assente vincono i populismi; fanno breccia i partiti antisistema facendo leva proprio sulla rabbia e sul senso di rivalsa dei cittadini.

La politica non può perdersi in virtuosismi fini a se stessi o peggio ancora arroccarsi dietro muri che rendono quanto mai difficile instaurare un rapporto diretto con gli elettori già di per se complicato a seguito dell’assenza di corpi intermedi e strutture che un tempo vivevano in simbiosi con la società civile e che sono scomparsi per i motivi che oramai tutti conosciamo e sui quali non è neanche necessario tornare.

È necessario oggi più che mai ricostruire quel senso di comunità che ha sempre contraddistinto la sinistra italiana e su di esso edificare solide basi per un futuro all’insegna della partecipazione attiva, del confronto e della condivisione delle scelte politiche.

Occorre rimettere al centro di ogni politica l’individuo, la persona umana, il patrimonio locale materiale ed immateriale di ogni micro-comunità. Lo sviluppo sostenibile non deve essere più una chimera, va trasformato in qualcosa di tangibile e concreto.

E possiamo farlo solo ripartendo dai territori, valorizzando al massimo quelle che sono le risorse di ogni comunità. Ripensare al concetto di giustizia sociale, di lavoro solidale, di economia circolare, di crescita che non sia più solo economica ma anche e soprattutto culturale. La politica ha il dovere di guidare il cambiamento, non di subirlo. Ha il dovere di prevedere con anticipo gli scenari, immaginare il mondo del domani, non limitarsi ad amministrare il presente e conservare lo status-quo preservando interessi settoriali e personali di determinate categorie e persone.

Ci vuole il coraggio di fare delle scelte nette e magari anche impopolari, ergersi a promotori di un cambiamento che se non viene gestito finirà per travolgerci. In tutto questo non dobbiamo dimenticare che dobbiamo guardare oltre il territorio urbano: come dicevo prima, assisteremo a un’antropizzazione diffusa che coinvolgerà anche piccoli borghi rurali. Ritengo che si debba e si possa innescare un meccanismo virtuoso che ci porti a ricondurre le persone al centro dell’azione politica, basato sul confronto e sull’ascolto, sulla partecipazione attiva su tutti i territori, dal centro cittadino al più piccolo vicolo del borgo di campagna.

Sarà un percorso tortuoso, disseminato di ostacoli, ma è l’unico percorribile: con il confronto, con l’ascolto, con il senso di appartenenza a una comunità di persone che persegua l'interesse generale.—

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