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Lavorando da casa gli impiegati pubblici saranno più efficienti?

Lavorando da casa gli impiegati pubblici saranno più efficienti?

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Fino a un anno fa lavorare da casa veniva considerato un lusso, un privilegio per chi aveva la fortuna di svolgere mansioni particolari in ambiti ancora più speciali. Con la pandemia, il lockdown, l’obbligo di distanziamento sociale, milioni di italiani hanno imparato a vivere in una nuova dimensione di lavoro (smart working) e di studio (didattica a distanza). Adesso questa modalità operativa viene codificata nel contratto che occupa la maggior parte dei lavoratori più tutelati: quelli del pubblico impiego.

La domanda è inevitabile: migliorerà l’efficienza della macchina amministrativa nelle sue varie articolazioni? Con questo salto nella modernità i risultati per i cittadini saranno più efficacemente garantiti o potrebbero esserci conseguenze a livello di produttività? La risposta è affidata a un rappresentante del mondo del lavoro dipendente e a uno di quello autonomo.

Sandro Malucchi (segretario generale Fp Cgil Prato): Si migliorano qualità di vita e produttività

Con la firma del Patto per l’innovazione del lavoro pubblico e la coesione sociale tra Governo e i tre sindacati confederali, lo smart working entra nel contratto dei dipendenti pubblici con lo scopo di ottenere una maggiore flessibilità organizzativa delle amministrazioni e la crescita della loro rapidità di azione con incremento della produttività e orientamento ai risultati. In questa ottica lo smart working, la modalità di lavoro a distanza, viene interpretato come formula organizzativa a supporto delle attività amministrative volte all’erogazione di prestazioni d’interesse pubblico per cittadini e imprese.

Secondo l’Osservatorio Smart Working del Politecnico di Milano il 68 per cento dei lavoratori, pubblici e privati, è riuscito da remoto a svolgere tutte le attività, il 29 per cento è riuscito a svolgere la maggior parte delle attività, mentre solo il 3 per cento dichiara di non essere riuscito a portare avanti la maggior parte delle attività.

Più nel dettaglio sono entrati il Dipartimento Pari Opportunità e l’Università Bocconi che hanno stimato gli effetti dello smart-working sulla produttività, sul benessere individuale e sul bilanciamento tra vita lavorativa e vita personale. Tutti gli indicatori di produttività, che risulta incrementata, vanno nella stessa direzione: è migliorato il risultato derivante dalla misurazione oggettiva dei risultati e si sono ridotte le assenze. Il benessere è aumentato: i lavoratori smart sono più soddisfatti del loro tempo libero, si valutano più concentrati, si sentono più sicuri nel risolvere i problemi e nel prendere decisioni. Anche lo scetticismo, secondo cui ridurre il controllo sui lavoratori può ridurre il loro impegno, non ha riscontro nell’evidenza dei risultati oggetto dello studio dell’università lombarda. La valutazione del bilanciamento tra lavoro e famiglia ha ottenuto il segno più nella stima delle lavoratrici e si registra che anche gli uomini hanno aumentato il tempo dedicato alle attività di cura e alle attività domestiche. Si tratta quindi di uno strumento in grado di ridurre le differenze di ruoli tra uomini e donne all’interno della famiglia riducendo le differenze di genere sul mercato del lavoro.

Il lavoro a distanza mette quindi d’accordo il datore di lavoro e il collaboratore e ciò avviene tanto per quello privato che per quello pubblico che già da tempo ha sviluppato forme particolari, e anticipatrici dello smart working, di lavorazione da luoghi anche molto distanti da quelli di erogazione del prodotto. In particolar modo gli enti pubblici previdenziali hanno destinato particolari e specifiche lavorazioni di prodotto a sedi e uffici lontani da quelli di pertinenza. Il fenomeno organizzativo noto come "sussidiarietà" determina la riduzione dei tempi di realizzazione attraverso il ricorso alla potenzialità produttiva di altre agenzie territoriali. Non è raro che la predisposizione di fascicoli e istruttorie per gli assegni Naspi o di fondo di integrazione salariale possano essere effettuati in un ufficio e infine erogato da un altro.

Ma lo smart working produce anche ulteriori effetti positivi sulla vita di comunità e sulle condizioni di salute e sicurezza dei lavoratori. Con la riduzione degli spostamenti casa lavoro gli infortuni in itinere, nell’anno 2020, registrano un calo da 100.905 a 62.217 pari al -38,3 per cento. Anche i decessi in itinere sono diminuiti di quasi un terzo, passando da 306 a 214. Infine una rapida considerazione sui benefici per l’ambiente: l’Enea, in uno studio che coinvolge 29 pubbliche amministrazioni e 5.500 lavoratori, ha calcolato che lo smart working è in grado di ridurre la mobilità quotidiana di circa un’ora e mezza in media a persona. Si evita la percorrenza di circa 46 milioni di chilometri che significa una riduzione di 8000 tonnellate di emissioni di Co2, 1,75 tonnellate di polveri sottili e 17,9 tonnellate di ossidi di azoto.

Lo smart working, a partire da quello nella pubblica amministrazione che ha storicamente la funzione di apripista rispetto all’applicazione di norme generali sul lavoro, garantisce l’aumento della produttività, la conciliazione dei tempi di vita con quelli del lavoro, la riduzione delle differenze di genere sul mercato del lavoro, la diminuzione degli infortuni in itinere e un miglioramento delle condizioni ambientali. In estrema sintesi lo smart working significa tenere un piede in casa e l’altro nel futuro.

Gabriele Terranova (presidente Camera penale Prato): Le rivoluzioni non si possono improvvisare

Prato, la mia città, è una di quelle scelte dall’Europa per la sperimentazione del 5G. Uno degli esempi ricorrenti, per illustrare le nuove prospettive aperte da questa tecnologia, è quello delle operazioni chirurgiche a distanza. Un domani - si dice - quando avremo una rete di trasmissione dati all’altezza, non sarà più necessario andare a Zurigo o nel Massachusetts, se lì opereranno i luminari della chirurgia dei cui servigi avremo bisogno. Sarà sufficiente collegarsi da remoto e farsi operare attraverso braccia meccaniche, da loro comandate a distanza.

Non sono un chirurgo e non mi pronuncio sul rischio che una simile modalità di procedere possa incidere negativamente sulla capacità di chi sta operando di conservare un adeguato controllo su quanto accade al paziente durante l’intervento, imprevisti compresi. Immagino che, accanto al paziente, ci debba essere comunque un secondo chirurgo, che assista a distanza quello che sta operando, pronto a intervenire anche in loco, all’occorrenza. Non ho difficoltà, però, a credere che le braccia meccaniche, se supportate da adeguata tecnologia, possano garantire un livello di precisione pari - forse anche superiore - a quello della migliore mano umana. Del resto, anche quando si opera in laparoscopia o altre tecniche analoghe, pur trovandosi sul posto, si agisce sempre attraverso strumenti meccanici, che mediano la diretta azione della mano del medico. Ed è sempre un adeguato apparato tecnologico quello che garantisce, innanzi tutto, l’accurato monitoraggio di tutti i parametri del quadro clinico del paziente durante l’intervento. Insomma, ciò che conta è la tecnologia di cui si dispone e la capacità di questa di consentire di svolgere a distanza, con analogo livello qualitativo, l’operazione.

Ecco perché, al netto di considerazioni più approfondite, molti di noi hanno sollevato perplessità sul ricorso generalizzato allo smart working che si è registrato all’emergere della pandemia. Non si tratta, in questo caso, di obiezioni allo strumento in sé, ma alle modalità purtroppo improvvisate con le quali è stato attuato. Come avvocato, mi limito a guardare a quanto accaduto nell’ambito dell’amministrazione della Giustizia (e anche qui con una visuale esterna). Ci è stato riferito di personale collocato in smart working che non aveva la possibilità di accedere non solo ai fascicoli dei procedimenti ma neppure al sistema informatico del Ministero e perfino alla posta elettronica del proprio ufficio.

Non sta a me valutare quale apporto questo personale potesse fornire da casa al funzionamento della macchina amministrativa di appartenenza e sono certo che qualcuno potrebbe indicarmi dei compiti che, anche in queste condizioni, potevano essere adeguatamente svolti. É però toccato a me, per citare solo un esempio, comunicare a un mio assistito collocato in affidamento in prova presso una comunità di recupero per tossicodipendenti che aveva richiesto l’autorizzazione a recarsi al capezzale del padre morente, che il magistrato gliel’aveva tempestivamente concessa ma che poi questa era rimasta per tre giorni giacente presso l’ufficio che avrebbe dovuto eseguirla, senza che nessuno del personale preposto vi provvedesse. Sono cose che succedono - mi sono sentito dire sotto voce - da quando, in quell’ufficio, sono tutti in smart working.

É passato un anno, ormai, da quando ci siamo trovati improvvisamente ad affrontare questi temi e c’è da sperare che, nel frattempo, i supporti tecnologici siano stati potenziati. Lunedì il tecnico della fibra verrà a casa mia per la sesta volta. Speriamo sia la volta buona e che riesca ad attivare il collegamento. Sarebbe utile, visto che, proprio da lunedì, i miei tre figli saranno di nuovo tutti e tre in Dad. Intanto comincio a vedere sempre più spesso la pubblicità di chi affitta postazioni di co-working, dove si può stare insieme ad altri che non possono andare in ufficio e sono costretti a lavorare in remoto.

Alla fine, ho capito. Io non sono contrario a prescindere al lavoro in remoto. Sono piuttosto contrario alle vacanze in remoto e spero, l’estate prossima, di potere andare al mare o in montagna e di non dovermi accontentare di vederli in televisione (il mare e la montagna) e fare finta che sia la stessa cosa. --

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