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Il tracollo della politica dei favori
La vicenda di San Vincenzo (sindaco e due imprenditori agli arresti domiciliari con l’accusa di corruzione) mi fa ripensare a quella dell’ippodromo di Follonica, nella quale fui coinvolto. Ritengo che a ogni imputato debbano essere riconosciute le garanzie dello Stato di diritto: giustizialismo non fa rima con giustizia. Nel 2006 ero assessore della giunta comunale di centrosinistra di Follonica, in rappresentanza di Rifondazione comunista, così come Fabio Elmini. Rifiutammo di avallare una proroga a Follonica Corse Cavalli e Consorzio Etruria per terminare i lavori del nuovo ippodromo.
A nostro parere, essi avevano già ottenuto favori fuori dal seminato, quali gli oneri di urbanizzazione applicati nella misura minima possibile, grazie alle maggioranze precedenti a guida Ds-Pd, con il Prc all’opposizione. Inoltre, avevano messo in vendita gli oltre 150 appartamenti connessi all’impianto sportivo in quanto foresterie e non riuscivano a terminare i lavori proprio perché ne stavano vendendo meno del previsto. Il Prc, Elmini e io sostenevamo che le foresterie dovevano essere invece destinate esclusivamente all’affitto temporaneo per gli operatori dell’ippodromo. In caso contrario, non avremmo avallato quella che ci appariva una speculazione immobiliare. Elmini e io e fummo cacciati dalla giunta. Elmini e io fummo gli unici degli amministratori follonichesi di allora a essere convocati in tribunale quali testimoni dell’accusa, anziché come imputati di abuso d’ufficio e lottizzazione abusiva. Nel corso degli anni, in cui anche questa si sta trascinando, al pari di troppe cause giudiziarie in Italia, i magistrati applicarono in parte la prescrizione dei reati, alla quale noi avevamo chiesto invano che gli imputati rinunciassero. Procedettero al sequestro delle foresterie e tuttora si discute in giudizio della vicenda, obbiettivamente complessa.
Ho sommariamente rievocato questa storia perché da essa traggo qualche lezione. Non ho mai pensato che i colleghi di giunta, in quota Ds-Pd, avessero tratto benefici individuali da quella che mi pare una serie di favori a vantaggio di Follonica Corse Cavalli e Consorzio Etruria. Ho sempre ritenuto però che si trattasse comunque di favori concessi a imprese vicine al proprio partito, nel quadro di una reciprocità fatta di agevolazioni, difficili da documentare. In ciò, si fa probabilmente più consistente la similitudine con le accuse rivolte oggi agli amministratori sanvincenzini. E chiama in causa la politica tout court, tanto più quella di chi dice di richiamarsi ai valori della sinistra, i quali storicamente mi pare vadano individuati nell’uguaglianza solidale e nella giustizia sociale, che trascende pure la stessa legalità. Se quei valori vengono smarriti, si può ancora parlare di "sinistra"?
Azzardo un’ipotesi. Nei decenni recenti a me pare chiaro che il paradigma - e le pratiche - dell’alternanza prevalgano su quelli dell’alternativa antiliberista di società. Il punto attualmente non è se si debba o no partecipare (pudicamente...) con le basi italiane all’aggressione militare contro la Libia di Gheddafi, scatenata da Francia e Nato nel 2011, foriera della tragedia tuttora in corso.
Il punto concerne unicamente chi debba guidare l’aggressione, se il Berlusconi allora di governo oppure il Bersani allora di opposizione, i quali infatti in Parlamento votarono entrambi a favore della guerra. La mia condanna, per quel che vale, non è diversa per il voto governista di rifinanziamento alla missione militare in Afghanistan da parte dei parlamentari Prc nel 2007.
A me sembra che un tale tracollo dell’orizzonte culturale ed etico della politica contribuisca pesantemente allo scadimento politico, culturale ed etico dei dirigenti e degli amministratori, che tali forze finiscono per reclutare: non ho scelto a caso l’esempio della guerra. Per costoro, quella politica è sempre più spesso una carriera come un’altra, per giunta centrata sulla cooptazione da parte dei capi, ai quali è bene quindi mostrarsi docili, più che mai al "capo dei capi" di turno. Ritengo invece che l’orizzonte ideale, programmatico e pratico dell’alternativa abbia nutrito e possa tuttora nutrire lo spessore morale di ognuno e premunirlo almeno in parte contro le sirene variamente corruttrici: un antidoto, certo non l’unico, ma non il meno importante, a vantaggio dell’onestà intellettuale nonché dell’etica della rappresentanza di ciascuno, e quindi della democrazia di tutti. --
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