Il presidio
Veronica, la volontaria toscana che salva dalla fame i poveri del Messico
Viareggina di 35 anni, ha portato cibo nei villaggi più sperduti dove neppure lo Stato riesce ad arrivare. "Non potevo restare a guardare"
A piedi, nella foresta. Quaranta minuti di camminata trasportando buste giganti. Con la temperatura che accarezza i trenta gradi. Tra le onde del mare, su una piccola imbarcazione guidata da pescatori locali. Col salmastro che taglia il viso e lo stomaco sottosopra. Nel cuore di un villaggio sperduto, tra le rovine di capanne e case di fortuna spazzate via da un uragano. Con uomini e donne che piangono, sentendosi piccoli di fronte alla potenza di quel soffio infernale che porta via i ricordi di una vita.
Scene che sembrano prese dalla guerra. Paesaggi impossibili e immagini forti. Con una costante. Veronica. Un soldato senza divisa, una combattente vera. Una che ha imparato presto a saltare nel buio. Dalla Versilia alla costa Maya. Con l’intenzione di guardare anche la faccia brutta del mondo. Quella che spesso viene nascosta come polvere sotto al tappeto.
[[atex:gelocal:il-tirreno:regione:toscana:1.40025120:gele.Finegil.Image2014v1:https://www.iltirreno.it/image/contentid/policy:1.40025120:1652949310/image/image.jpg?f=libero&$p$f=4cc60c5]]
Veronica Genovali ha 35 anni ed è nata a Viareggio. È volata in Messico dieci anni fa e lì ha conosciuto l’amore della sua vita, Roberto Carli. Che è della Spezia. Se fosse rimasta in Toscana probabilmente lo avrebbe incontrato quasi sotto casa. «E invece il destino ha voluto che ci trovassimo dall’altra parte del mondo, nonostante siamo nati a pochi chilometri di distanza, in Italia», dice ridendo Veronica. Già, il destino. Quel filo sottile che lega le cartoline della vita scegliendo ordine e incastri. Per qualcuno il destino disegna un capolavoro. Per altri, invece, un inferno. E dove c’è l’inferno, c’è Veronica. È più forte di lei.
«Non sono una donna speciale, non mi sento un’eroina. Ho la mia bambina, il mio lavoro e le mie passioni. Quando posso - racconta - mi rimbocco le maniche. E aiuto chi non ha niente. Ci sono situazioni che non possono lasciarti indifferente. Qui c’è tanta miseria, si tocca, si sente. E non puoi fare finta di niente». Non ci sono medaglie sul petto. Ma i suoi gradi se li è guadagnati lo stesso. Nel cuore della gente. Veronica, la Comandante della Solidarietà. Che può contare su un esercito di migliaia di giovani, anziani e bambini sorridenti. Grazie a lei. Anche se non è tutto bello. Veronica ha assistito a momenti drammatici. Uno in particolare. Che le è rimasto nel cuore, spingendola a fare ancora di più. A regalare un sogno a una famiglia distrutta dal dolore.
Chi è Veronica Genovali?
«Sono una ragazza che non si riconosceva più nella città in cui è nata. Poche opportunità di lavoro, una vita monotona che rischiava di risucchiarmi. Non ero mai stata in Messico, sono partita per un viaggio esplorativo. Ho strappato il biglietto di ritorno e sono rimasta qua. C’è il mare, c’è il sole, ci sono persone stupende. Ora la mia vita è qui. Presto farò un salto in Italia, manco da un po’ di tempo, voglio rivedere amici, parenti e i luoghi in cui sono cresciuta. Ma poi torno qua, a Tulum. Un posto magico».
La sua è una storia particolare. Da dove vuole iniziare?
«Da quando ho cominciato a lavorare nel campo immobiliare, poco dopo aver messo piede in Messico. Il mio compagno è architetto, ci siamo specializzati nel settore delle strutture ricettive, come alberghi e ristoranti. Il contatto con la gente mi ha permesso di entrare dentro la comunità, di assorbirne la cultura. Non è stato facile. Ci sono tante cose completamente diverse dal nostro Paese. Il Messico a volte sembra l’Italia di 60-70 anni fa».
Poi il mondo è cambiato all’improvviso. Un anno fa. E lei si è lanciata in una missione folle.
«Ho sempre cercato di dare il mio contributo nel sociale. Quando abitavo a Viareggio ero impegnata nella solidarietà. Qui mi sono occupata a lungo di animali abbandonati e maltrattati. Mi ha colpito molto come, con lo scoppio della pandemia, per una parte del Messico si sia spenta la luce. Buio totale. Tulum lavora tanto col turismo, e se in città la gente si è arrangiata combattendo la crisi, nelle aree circostanti ha cominciato a scarseggiare il cibo. Villaggi completamente a secco. Un disastro. Non potevo restare a guardare, dovevo fare qualcosa».
E a questo punto entra in scena Marco. Un altro italiano emigrato in Messico.
«Conosco Marco Pasqualino da qualche anno. È arrivato molto prima di me e ha fondato "ITour Mexico", una piattaforma studiata per far conoscere ai visitatori le bellezze di questa terra, accoglierli e coccolarli durante il loro soggiorno. Insieme abbiamo realizzato la "Brigata ITour", un’associazione spontanea che ha l’obiettivo di combattere la povertà. Ora più che mai».
Da qui parte la vostra missione. Anche se prima avete dovuto studiare come fare solidarietà in un Paese così diverso dall’Italia.
«Abbiamo seguito da vicino la campagna di aiuti alimentari del governo, imparando la dislocazione dei diversi villaggi immersi nella vegetazione, facendo anche un censimento per capire numeri e bisogni della gente. Fino a quando abbiamo pensato di essere pronti, e abbiamo iniziato, con Marco, a portare sostegni in modo autonomo. Noi, da soli, siamo intervenuti in quei contesti dove non è arrivato lo Stato».
Quante persone avete aiutato?
«Abbiamo portato cibo a otto comunità differenti, in villaggi difficilmente raggiungibili. In alcune aree si può accedere soltanto dal mare, non è stato semplice. Abbiamo stilato un calendario per poter raggiungere più gente possibile, molti imprenditori ci hanno dato una mano e abbiamo composto sacchi con carta igienica, lenticchie, sardine, olio, fagioli, farina, ceci, saponi, avena e altri prodotti, basandoci sul fabbisogno delle famiglie. In totale, da marzo ad agosto scorsi, abbiamo consegnato beni di prima necessità a circa quattromila persone».
Com’è stato l’approccio con le popolazioni dei vari villaggi? Non è semplice ottenere la loro fiducia.
«Chi aiuta deve farlo senza giudicare, rispettando tradizioni e usanze del posto. Noi ci siamo permessi di tendere una mano, di far capire a chi era veramente in difficoltà che avevamo intenzione di sostenere, naturalmente senza pretendere nulla in cambio. Tutti hanno capito il nostro spirito, e ci siamo fatti anche un sacco di amici».
Che ritmo ha la vita lontano dalle città? Come si vive nella periferia messicana?
«Sono aree in cui la povertà esiste da sempre, i ragazzini crescono in fretta e imparano presto a dare una mano alle spese di casa, in qualsiasi modo. La pandemia ha peggiorato la situazione perché ha spaventato la gente, soprattutto dove le informazioni arrivano col contagocce si respira quasi un clima di terrore. Una situazione generale di tensione che può portare a episodi poco piacevoli. Portando cibo non si risolvono i problemi, ma si costruisce una piccola speranza. Queste persone hanno bisogno di non sentirsi abbandonate».
Nel periodo della distribuzione di aiuti agli indigenti ha fatto un incontro speciale. Ed è successo qualcosa che in qualche modo le ha cambiato la vita.
«A Punta Laguna, in una delle comunità che abbiamo supportato nei mesi più duri della pandemia, abbiamo conosciuto una ragazza disabile. È senza mani. Ci ha raccontato di una famiglia, nel suo villaggio, con un bambino piccolo gravemente malato. Ci siamo lasciati guidare da lei e abbiamo incontrato i genitori di Oscar, un neonato con un problema al pancreas. A venti giorni di vita gli era stata inserita una sonda per farlo vivere. Poi, però, dopo la nascita di Oscar, la famiglia è tornata nella foresta e non l’ha più portato in ospedale per i controlli di rito. Oscar rischiava di morire. A maggio abbiamo organizzato un’operazione in una clinica specializzata che si è offerta di aiutarlo, l’intervento è andato bene e Oscar è tornato da suo padre e sua madre. Sembrava il lieto fine di una bella favola, invece le cose sono andate diversamente. Purtroppo».
È il 18 dicembre 2020. E il telefono di Veronica squilla. Sono i genitori del piccolo Oscar.
«Ricordo tutto perfettamente. Ero in un albergo, dove avevo organizzato un evento benefico per bambini. Ho risposto e mi è stato detto che Oscar stava molto male, erano i suoi ultimi minuti di vita. Per me e Marco è stata una botta tremenda. Ormai eravamo parte anche noi di quella famiglia. Sono stati giorni bruttissimi. Abbiamo provveduto alla cerimonia funebre di Oscar, e poi ci siamo seduti a un tavolo con i suoi genitori. Dovevamo portarli fuori dalla foresta, in un’area meno isolata. E soprattutto non potevano continuare a vivere in una capanna, con gli altri figli».
Oggi esiste il progetto "La Casa de Oscar", visibile sulla piattaforma "donadora.org". Di cosa si tratta?
«Con l’aiuto di mio marito e di altri professionisti messicani abbiamo realizzato il progetto per una casa confortevole da donare alla famiglia di Oscar. Sulla strada principale che conduce alla foresta dove abitano da sempre - nell’area di Quintana Roo - per avvicinarla alla città senza stravolgere la vita dei componenti. Sono le ultime ore disponibili per donare, siamo quasi a quattromila dollari. Con questi soldi realizzeremo un’abitazione con camere, soggiorno, bagno e tutte le comodità di una casa normale. Quella che la famiglia di Oscar non ha mai avuto. Come molte altre in Messico. Il sogno è aiutare tutti, ma ogni grande percorso ha bisogno dei suoi primi passi. Io e Marco non ci fermeremo». --
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
