Il presidio
Coronavirus, dodici mesi lunghi un secolo
L'editoriale. Ci siamo chiusi in casa e abbiamo cominciato a dirci «andrà tutto bene» per poi capire che proprio bene non sarebbe andata
È stato un anno che vale un secolo, un anno dove tutto è sembrato scorrere lento e invece è andato così veloce da farci quasi scordare come eravamo. Un anno fa, oggi, il 9 marzo del 2020, in prima pagina c’erano titoloni della serie "Pronti a chiudere tutta l’Italia". Quello era il giorno del lockdown, il giorno in cui cominciavamo a far conto con quell’acronimo dpcm (decreto del presidente del Consiglio dei ministri) che avrebbe segnato il nostro cammino. Sul far della sera, il presidente del Consiglio, con una firma decise per il "tutti in casa". E le storie di molti di noi sono cambiate. In Italia ci sono stati già più di tre milioni di casi di coronavirus e le vittime hanno superato quota centomila.
Un anno fa, oggi, mai avremmo pensato di essere di nuovo qui a parlarne, a non sapere se, come e quando potremo riferirne al passato. Un anno fa quasi non sapevamo cosa fossero le mascherine, non conoscevamo l’esistenza dei tamponi e alla parola "positivo" davamo un’accezione esattamente contraria. Ci siamo chiusi in casa e abbiamo cominciato a dirci «andrà tutto bene» per poi capire che proprio bene non sarebbe andata. Ci sono stati gli inni cantati dai balconi e da altri balconi si sono affacciati improvvisati e incattiviti sceriffi pronti alla delazione gratuita, quasi sempre inutile perché la disciplina c’è stata: i casi di vere violazioni delle misure di sicurezza sono stati pochissimi. Il tentativo di far scivolare l’emergenza in un "tutti contro tutti" ha però rischiato di prendere il sopravvento. E all’inizio, pochi lo ricordano, c’è stata anche l’inutile ricerca del "paziente uno", magari per dargli tutta la colpa, senza renderci conto che di "pazienti uno" ce n’erano tanti. E dopo è stata la volta dell’impresa collettiva più inutile: cercare di dimostrare che il Covid-19 a Codogno, primo focolaio italiano, l’avevano portato i tedeschi. E se anche fosse stato così, cosa sarebbe cambiato? Nulla. Di sguardi puntati contro il dito che indica la Luna ce ne sono stati fin troppi, così come c’è stata esagerata frenesia nel cercare di spaventare il cittadino parlando di Covid come peste senza scampo. Le campagne di odio non hanno risparmiato neanche gli operatori della sanità, come la signora della foto in questa copertina i cui occhi dicono più cose di mille parole. Odio cretino, da parte di quelli che li hanno associati a un demenziale complotto planetario. False notizie e disinformatija hanno purtroppo avvelenato i pozzi, senza possibilità di renderli di nuovo potabili.
Anche perché, dopo è arrivata l’illusione estiva, la bella stagione ha contribuito ad allentare l’emergenza. La campagna elettorale ha favorito ovunque, anche dove non era previsto l’appuntamento con le urne, misure soft all’insegna dell’"assecondiamo l’elettore". E ci siamo trovati di nuovo nei guai con l’autunno, con l’aggiunta di un’economia stremata al pari, se non peggio, dei nervi del cittadino medio. E dunque è arrivata un’altra stretta, stavolta non totale, mitigata dalla speranza di vivere in un regime di emergenza dal colore più tenue del rosso. Abbiamo imparato a far conto con termini di guerra come "coprifuoco", divieti inconciliabili con un Paese libero. E liberi del tutto non lo siamo perché il nemico è ancora lì. Non è semplice guardare avanti, nel giorno di questo strano compleanno, ma è l’unica cosa che si possa fare. Abbiamo intanto una grande speranza che si chiama vaccino, anche se la lunga lista d’attesa fa pensare a tempi lunghi, lunghissimi.
Da un anno raccontiamo tutto questo cercando di non nascondere niente, di spiegare perché si devono fare certe cose anche quando non tutte le misure appaiono innervate dalla logica della ragione. E ci preoccupiamo soprattutto di quelli che rischiano di non farcela, di cedere a un altro nemico. Non il virus ma quel malanno chiamato povertà. Una povertà senza colpa, nella quale molti sono scivolati nonostante le elemosine di Stato e le estenuanti riffe virtuali chiamate "clic day". Non sarà semplice ma non possiamo far altro che guardare avanti e imparare dagli errori di questo anno quasi infinito. Con fiducia.--
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
