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La politica e il cittadino oggetto

Stefano Tamburini
La politica e il cittadino oggetto

Buona domenica: l'editoriale. Chi ha un minimo di potere, con le consuete lodevoli eccezioni, pensa prima di tutto a pararsi le terga, a prendere decisioni facendo finta di condividerle e attribuendole ad altri. Oppure cerca di non doverle spiegare ricorrendo al “balconismo”

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Quando li scopri, certi errori, capisci subito che è tardi per tornare indietro. Perché, anche in politica, se la rotta è sbagliata fin dalla partenza, il mare sembra lo stesso ma non lo è. E navigare a quel punto può offrire solo sbarchi in porti che si chiamano Altrove, Tutt’altro o, quando va bene, Nulla.

La storia recente è purtroppo ricca di storie di vie smarrite, di prospettive cambiate. Storie che non risparmiano nessuno, al massimo offrono attenuanti ma non eliminano colpe.

Oggi che i mari delle rotte smarrite parlano della più grande emergenza sanitaria dell’era moderna e della conseguente crisi economica, fa male vedere come più o meno tutti i protagonisti della vita politica siano prigionieri di logiche che lasciano sempre l’uomo, la persona, fin troppo sullo sfondo. Che trasformano il cittadino da soggetto a oggetto.

Non lo fanno tutti ma lo fanno i più. Chi ha un minimo di potere, con le consuete lodevoli eccezioni, pensa prima di tutto a pararsi le terga, a prendere decisioni facendo finta di condividerle e attribuendole ad altri. Oppure cerca di non doverle spiegare ricorrendo al “balconismo”. La versione moderna di piazza Venezia – ovviamente depurata dai desideri nostalgici – è rappresentata dalle dirette Facebook, dove il cittadino ha l’impressione di essere “vicino” a chi comanda. Quando i toni sono colloquiali può addirittura pensare di avere il Capo in salotto, coltivare l’illusione che sia lì per lui, pronto a parlargli direttamente. Invece è un modo per stare in alto, per evitare contraddittori, perché anche quando ci sono risposte alle domande, queste sono filtrate, scelte, accomodate.

Insomma, è la logica del Marchese del Grillo applicata all’informazione, è il superamento della mediazione giornalistica spacciata per vicinanza con il popolo quando invece è realtà distorta, piegata alla volontà del potente. Si arriva alla pantomima delle autointerviste, l’ultimo è stato Matteo Renzi ma non c’è molta differenza con le videocassette fatte recapitare alle redazioni dei Tg da Silvio Berlusconi negli anni ’90.

Nel mezzo si è smarrita la bussola della politica al servizio del cittadino, la logica del Prodotto interno lordo da far crescere e del debito pubblico da limare si è abbattuta come uno tsunami sulla sanità pubblica, su altri servizi, su ciò che poteva contribuire alla tenuta sociale.

L’emergenza Covid ci ha regalato un servizio sanitario sulla via della demolizione da ripensare e rifondare e uno stato di emergenza dato fin troppo per scontato. Non si poteva fare diversamente, perché a un certo punto – giusto un anno fa – bloccare il Paese è stato fondamentale per evitare il peggio. Certo, nella prima fase erano da mettere in conto tentennamenti nella comunicazione delle scelte prese e nella predisposizione delle misure di sostegno a chi per questa emergenza era rimasto senza lavoro.

Dopo, però, è stato più difficile accettare ritardi e decisioni improvvisate. È stato a dir poco complicato, ad esempio, per titolari di bar e ristoranti comprendere la ratio di una chiusura dei locali per il 14 febbraio disposta un giorno e mezzo prima. Così come è stato difficile anche ieri, per migliaia e migliaia di genitori con bambini o ragazzini che da domani non potranno rientrare nelle loro scuole, cercare di organizzarsi in extremis per trovare una soluzione ed evitare di dover scegliere fra poter continuare a lavorare o restare a casa per accudire i figli, potenziali fonti di contagio da tenere alla larga dai nonni.

Manca proprio l’elemento rispetto. Si decide senza unire alle misure di sicurezza quelle minime per aiutare le persone a organizzarsi.

Il problema vero, però, proprio come per le rotte sbagliate, si perde nei tempi trascorsi. Nell’epoca in cui la politica, con la fine delle ideologie, ha cambiato l’approccio, il rapporto con il cittadino. Si è smarrita la visione, fatta di percorsi condivisi e progetti comuni. E sono aumentati i personalismi o, peggio ancora, i partiti personali. Inoltre, con l’affidarsi ai sondaggi del giorno dopo per ogni parvenza di scelta, di fatto si è dato il via al primato della “pancia” del suddito. In questo malcostume è stata soprattutto la destra a spostare l’asse verso la gogna, verso il suonare quei campanelli per tuonare nel citofono «scusi, lei spaccia?», verso le ronde che sono l’anticamera dello sceriffismo, della “giustizia fai da te”, delle pistole per tutti. E anche la sinistra non è stata da meno. Nelle loro evoluzioni, i partiti di quel fronte, o sono stati frantumati da scandali e diaspore (il Psi) o sono finiti tritati da una serie di trasformazioni (da Pci a Pds, da Pds a Ds) spesso poco comprese dalla base. E anche quando ci sono stati successi nelle urne, era per una sorta di chiamata alla mobilitazione per quello che veniva ritenuto un “pericolo” (Berlusconi). Poi c’è stato il Pd, che ha messo insieme gli eredi delle tradizioni post-comunista e democristiana. E si è arrivati a un guazzabuglio percepito come terreno di guerriglia fra gruppi di potere o, peggio ancora, comitati di affari. L’ultimo segretario, Nicola Zingaretti, se n’è andato con parole durissime: «Mi vergogno di questo partito dove si parla solo di poltrone mentre avanza la terza ondata del virus».

Ecco, qui si è avuta netta la sensazione di una nave arrivata nel porto sbagliato, in quel luogo chiamato Altrove, Tutt’altro o Nulla. Per quelli che erano a bordo probabilmente un’amara sorpresa. Per chi l’ha vista da fuori proprio no. Quando negli anni a cavallo del cambio di millennio, nelle liste per le elezioni amministrative, il Pds-Ds cominciò a far sparire operai e agricoltori per mettere in vetrina sempre più avvocati, esperti di soldi e imprenditori, fu avviata una mutazione genetica. E quando Walter Veltroni, segretario Pd, presentò come capolista in Veneto il presidente di Federmeccanica Massimo Calearo, uno con l’inno di Forza Italia come suoneria del cellulare, l’impensabile aveva fatto breccia nella realtà.

Però l’immagine più efficace per definire la distanza fra la base elettorale di quel partito e il suo vertice ci fu mostrata il 28 novembre 2017, proprio da queste parti, a Donoratico. Il segretario del partito era Matteo Renzi, alla stazione lo aspettava una delegazione di operai delle Acciaierie di Piombino, alle prese con l’ennesimo rischio di licenziamenti di massa. Ebbene, Renzi li fece aspettare a lungo perché era a Bolgheri, impegnato a degustare Sassicaia. Già, proprio Renzi, lo stesso che vantava amicizie fuori sintonia come quelle con lo scomparso Sergio Marchionne, con Denis Verdini e Flavio Briatore. Eravamo già ben oltre i mostri generati dal sonno della ragione. Eravamo al «ciao poveri» sparato in faccia a chi si aspettava di essere tutelato. —

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