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Toscana

Paolo Hendel si racconta: chi lo ha ispirato, quelle mele spaccate in fronte e l'uso "corretto" delle parolacce

Gabriele Rizza
Paolo Hendel si racconta: chi lo ha ispirato, quelle mele spaccate in fronte e l'uso "corretto" delle parolacce

Il comico e attore toscano ripercorre alcune delle tappe salienti della sua lunga carriera. E sul tema delle "bestemmie" ricorda quel cartello attaccato in bagno da padre Ernesto Balducci

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Si fa presto a dire “toscanaccio”. Con quel cognome poi dal profilo teutonico. Ma Paolo Hendel, se del toscanaccio verace, sdoganato da Roberto Benigni niente meno che in forma pontificia, conserva una giullaresca vena surreale («io i vaccini li ho fatti tutti da quando sono nato, se ce ne fosse stato uno per evitare la caduta dei capelli non l’avrei certo scartato»), fin dagli esordi, da quella “Via Antonio Pigafetta navigatore”, ha saputo cogliere la solitudine della convivenza, il lato oscura della socialità, quell’essere soli di fronte a se stessi. Una paesaggio lunare che però concretamente dialoga con le fragilità, le paure, le inquietudini, fino a sfiorare temi apparentemente pericolosi per un comico come la malattia, la vecchiaia, morte. «La macchina-uomo, con le sue incongruità e i mille problemi di “manutenzione ordinaria”, resta un gigantesco punto interrogativo. La mente vacilla. Ma dietro a tutto, c’è la ricerca della felicità, il bisogno d’amore, una striscia che da Platone arriva ai reality show, che dai versi immortali dei poeti sfocia nelle bizzarre storie di quotidiana umanità».

Tornando alle origini, al di là del cognome, nascere in Toscana come ha influito sulla sua comicità, meglio sul suo essere attore o se preferisce animale da palcoscenico?

«Non offendiamo gli animali. Diciamo che in Toscana c’è l’abitudine alla battuta, a prendersi in giro e a prendere in giro il prossimo. Anche con cattiveria. Ma questa non è una nostra esclusiva. Di cattiveria ne circola anche troppa. A me non piace ridere ai danni di qualcun altro. Preferisco le battute fanciullesche, e purtroppo non sempre me ne viene una buona, con un accurato dosaggio della parolaccia».

Che appunto rimbalza e in assonanza sul toscanaccio.

«Questa è una caratteristica di noi toscani. Delle parolacce si abusa è vero ma con leggerezza naïf, magari offendendoci allegramente la mamma a vicenda. Però può diventare un alibi pericoloso che giustifica una eccessiva disinvoltura e pesantezza nel linguaggio. Se poi metti in scena un monologo che, in qualche modo è lo sfogo di un povero cristo che si guarda intorno e indica le cose della vita che non gli piacciono, gli fanno paura, lo fanno arrabbiare, è chiaro che chi lo interpreta è come mosso da una sorta di sorda esasperazione».

Cerca di ridere per esorcizzare.

«Già, si esorcizza una realtà negativa e allora l’imprecazione diventa funzionale. È coerente con il personaggio. Non puoi certo ricorrere a sottolineature tipo “cribbio” o “poffarbacco”».

Come dire “quando ci vuole ci vuole”.

«Secondo una recente ricerca scientifica la parolaccia è la prima cura palliativa del mondo, serve per sentirsi meglio nei momenti difficili: è un po’ come quando abbiamo acidità di stomaco e il dottore ci dice “mi prenda una compressa dopo i pasti e la sera 20 gocce prima di dormire...”. Ecco, con la parolaccia è la stessa cosa».

E della bestemmia, di cui riferiscono le cronache sportive in questi tempi che in uno stadio vuoto si sente tutto, cosa pensa?

«Una volta padre Ernesto Balducci, a suo modo un toscanaccio pure lui, disse: “La bestemmia borghese è un fatto di ripugnante cinismo mentre la bestemmia proletaria è un fatto religioso”. Balducci, da ragazzo, lavorava nella bottega di un fabbro, gran bestemmiatore, che nel cesso della sua officina aveva attaccato un cartello che recitava: “Saranno grandi i papi, saran potenti i re, ma quando qui si seggono son tutti come me”. Noi toscani comunque dovremmo evitare atteggiamenti di eccessiva autolatria, se solo sapessi cosa cavolo vuole dire. Spesso sento dire “noi toscani siamo i meglio”».

Certo, abbiamo avuto Dante e Michelangelo, Leonardo e Boccaccio...

«Sì, ma non dimentichiamoci che la Toscana ha dato i natali anche a Pietro Pacciani e Licio Gelli. E qui mi scuso con Pacciani per averlo messo in così brutta compagnia...».

Sono tanti anni che è sulla breccia. Guardandosi indietro chi vede come suo ispiratore?

«Certo, Benigni fu un rivelazione. Me lo ricordo la prima volta in piazza Santa Croce. Faceva ridere su cose che prima di lui non si pensava potessero far scattare una risata. Una volta lo vidi a una manifestazione di femministe. Esordì con “allora, come va, brutte maiale?”, naturalmente fu sommerso dai fischi. Ma la sua non era un’offesa rivolta alle donne presenti, era un gioco, estremo, certo, ma pur sempre un gioco contro il cliché del maschio ignorante e rozzo. Francamente lo trovai geniale».

E di un altro toscanaccio doc come Mario Monicelli che ci dice?

«Monicelli mi ha insegnato una cosa su tutte, la leggerezza. O meglio, lui la leggerezza la proponeva a tutti e io, con risultati alterni, ho provato e provo tuttora a metterla in pratica. Ripeteva “la vita è un balocco”, come dire che insomma non vale mai la pena di prendersi troppo sul serio, dare troppa importanza alle cose che fai. Il che non significava ovviamente affrontare la vita con superficialità ma piuttosto guardare la realtà, quella meno significante, con la giusta distanza. Quando lo chiamavano “maestro” rispondeva: “e che siamo alle elementari?”. Superati i novant’anni la vita non era più un balocco ma un depliant, a voler sottolineare la brevità dell’esistenza, qualcosa che sfogli in un attimo ed è già finito».

Se ben ricordiamo ha cominciato in teatro spaccandosi le mele in fronte, che poi strada facendo son diventati cocomeri.

«È vero, era un’altra epoca. Facevo da spalla a David Riondino, lui cantautore e monologhista, io vestito da cameriere. Il pubblico restava spiazzato, incerto su come reagire, e magari a volte partiva un applauso generato dall’imbarazzo. La cosa mi incoraggiò e sono andato avanti per quella strada. Ne porto ancora i segni sulla fronte. Ma in realtà il mio primo successo è stato uno spot: la pubblicità delle pastiglie Valda, per gli anziani come me che se la ricordano».

Cinema a parte, dove vige la la “collettività”, fra palcoscenico e schermo tivù dove lr piace stare di più?

«Mah, in teatro me la cavo meglio, anche quando la situazione è difficile. In televisione mi capita a volte di sentirmi un estraneo. L’unico personaggio televisivo che ho interpretato è stato Carcarlo Pravettoni, il “manager, il capitano d’industria, l’uomo con gli affari nel sangue ma non nel cervello” per dirla con Walter Fontana che faceva ogni volta la scheda di presentazione a Mai Dire Gol, coi magnifici tre casi umani della Gialappa’s Band».

Sembra un campione ante litteram di quel populismo rampante oggi così di moda.

«È l’atteggiamento di chi guarda indietro, di chi non ha fiducia nel cambiamento, un’irresistibile tentazione a prendere le scorciatoie illudendosi che “l’uomo forte” di turno possa risolvere sbrigativamente i problemi con i facili slogan e con la demagogia».

A proposito di questi tempi difficili, come va con la pandemia e i teatri chiusi?

«È dura, soprattutto per mia moglie e mia figlia che mi devono sopportare tutti i giorni in casa. Ho scoperto i social. Meglio tardi che mai. Con Marco Vicari ci inventiamo dei video che metto sulla mia pagina Facebook e su Instagram e che vengono pubblicati anche sul sito del Fatto Quotidiano. Passo le giornate in casa, come tutti, con la barba lunga e spesso in pigiama. Ne ho una collezione da fare invidia a Cary Grant. Del resto come fisico siamo lì! Solo che lui aveva un po’ più capelli. Poi ci sono i videogiochi, un salvagente cui mi attacco con frenesia, se non fosse mia figlia a dirmi “babbo, adesso basta vai a letto che ci voglio giocare un po’ io”, la televisione e abitando in campagna qualche passeggiata nei campi, con mascherina pronta dovessi incontrare un cinghiale. Infine ci sono i libri e i quotidiani. Non mi perdo mai la lettura online del Tirreno. È una balla, l’ho detta sperando in cambio di un abbonamento omaggio. Quanto ai teatri chiusi è ovvio che per attore è come levargli la terra sotto piedi. Ma è bene capire che non c’è qualcuno che si diverte, per cattiveria d’animo, a tenerci in casa, per farci un dispetto, e tenere chiuse le sale».

Per finire un saluto al tempo del Covid.

«I no vax imperversano con le loro bufale, inventandosi effetti collaterali di pura fantasia a proposito dei vaccini. Ma diciamoci la verità: se continuano a vaccinarci così lentamente l’unico vero rischio tra una dose e l’altra è morire di vecchiaia». —© RIPRODUZIONE RISERVATA

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