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Livorno, perché l'inceneritore non può restare

ROSSANO ERCOLINI*
Livorno, perché l'inceneritore non può restare

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L’Associazione "per la rinascita di Livorno" si domanda in una lettera pubblicata dal Tirreno perché mai la giunta comunale abbia deciso di chiudere l’inceneritore Aamps, una decisione che sarebbe priva di «qualsiasi giustificazione ambientale, tecnica o economica».

Innanzitutto ci teniamo a precisare che la prima giustificazione è quella democratica: i cittadini hanno eletto un sindaco che in campagna elettorale si è impegnato a chiudere l’inceneritore, dopo il disastro finanziario di Aamps che ha portato al concordato pre-fallimentare.

Questo ci porta direttamente alla «giustificazione economica»: dobbiamo infatti ricordare non solo che il concordato è costato ai cittadini un aumento del 15% della Tari, ma anche che il terrificante buco finanziario ha avuto tra la principali cause - così è scritto nel piano di concordato approvato dal Tribunale - l’abolizione dal 2011 (per infrazione delle direttive europee) del contributo statale per gli inceneritori "Cip6", che a sua volta ha prodotto un ammanco di cassa milionario.

Secondo il Piano tecnico finanziario di Aamps 2019, l’abolizione del "Cip6" ha causato una «riduzione drastica della tariffa di vendita» dell’energia prodotta dalla termovalorizzazione dei rifiuti: «da circa 225 euro a circa 60 per MWh». Un buco di circa cinque milioni all’anno, che in pochi anni è diventato una voragine e ha portato al concordato di Lanzalone, che ha ripianato tutto con l’aumento delle tariffe (più quattro milioni all’anno di Tari).

Ma i guai finanziari causati dall’inceneritore sono cominciati molto tempo prima, quando l’impianto cominciò a essere interessato da continui lavori di manutenzione, revamping e fermate programmate. Lavori appaltati nel 1988 a un gruppo di imprese con capofila l’impresa De Bartolomeis, che concluse i lavori nel 1994 (dopo sei anni!) dopodiché fallì trascinando Aamps in un contenzioso che costò altri milioni.

Nel frattempo, nel 1998 alcuni dirigenti della società De Bartolomeis vennero arrestati dalla procura antimafia di Palermo per l’inchiesta "Trash". Il procuratore Insacco dichiarò tra l’altro alla Commissione parlamentare di inchiesta che «pochi giorni prima della dichiarazione di fallimento della società De Bartolomeis si è verificata la cessione di un ramo dell’azienda ad una società denominata Rot, al cui capitale sociale concorrono, in realtà, società che noi riteniamo riconducibili anche a Udine, quindi a Lipari Giuseppe e, con un ulteriore passaggio, a Bernardo Provenzano».

Il "potenziamento" dell’inceneritore ha avuto poi un’altra tappa negli anni successivi, in cui Aamps spese almeno 10 milioni di euro per investimenti sull’impianto, a fronte di 15 milioni di euro di perdite: un esborso coperto dal raddoppio della tariffa (+100%) in soli sei anni, dal 1999 al 2005, come denunciò Il Tirreno in un servizio pubblicato il 2 marzo 2005. Nel quadriennio 2005-2008, Aamps spese all’incirca altri 18 milioni per "ammodernare" l’inceneritore. Per far fronte a tale dissanguamento, si indebitò fino al collo con le banche, mentre il Comune (attraverso le famose lettere di "patronage") si impegnò «a supportare Aamps in modo da garantire l’assolvimento degli impegni per la restituzione del mutuo».

Debiti che finiranno nel concordato pre-fallimentare, insieme con i debiti milionari accumulati verso le imprese che gestivano il trattamento delle ceneri dell’inceneritore e il loro smaltimento in discarica, come la Rari del gruppo Lonzi (protagonista dell’inchiesta "Dangerous trash" della procura antimafia di Firenze).

Questo per ricordare brevemente all’Associazione "per la rinascita di Livorno" quanto ci è costato finora l’inceneritore, chi ha arricchito e per quali motivi Livorno necessiti di quella rinascita da loro invocata, per rimanere alle «giustificazioni economiche». Tralasciamo le giustificazioni ambientali e tecniche, altrimenti dovremmo scrivere un romanzo a puntate. --

*per Coord. Rifiuti Zero Livorno

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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