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Disabili, il ministero è un altro ghetto o un’opportunità?
Ma serve o no un Ministero per le Disabilità? Abbiamo dato la parola agli stessi disabili e le posizioni non potrebbero essere più antitetiche. Contrari o favorevoli, nessuna via di mezzo. A dare fuoco alle polveri, dopo l’istituzione del ministero - affidato alla leghista Erika Stefani - è stato Iacopo Melio, disabile di Empoli, portavoce di tante battaglie: «Quando non si sa dove pescare "punti tenerezza", il tema disabilità viene estratto con quella rassicurante compassione mista a pietismo (e incapacità) da far sussultare anche un paralitico. Non serve un ministero ad hoc, basterebbe che ogni ministero facesse il suo». Contrarissimo, dunque, Melio. Ma ci sono poi anche disabili che ritengono che il ministero abbia una qualche utilità: non solo per l’oggettivo riconoscimento della loro condizione, ma perché può aiutare le azioni degli altri ministeri e migliorare la vita quotidiana di tutti. Ecco due autorevoli interventi che ben spiegano le posizioni in campo.
Massimiliano Frascino: Fondazione il Sole - Grosseto
Un obbrobrio politico e istituzionale. Che serve solo a piazzare una bandierina, ma non produrrà risultati. Purtroppo. Perché se l’errore è a monte, a valle non potranno che rotolare macerie.
Il "ministero per le politiche sulla disabilità" affidato alla leghista Erika Stefani, distintasi in passato in Parlamento per le polemiche contro gli immigrati, nasce sotto i peggiori auspici, perché figlio di una trattativa al ribasso per ottenere un dicastero di rappresentanza politica, funzionale a un partito nel gioco di scacchi per comporre gli equilibri di governo. Non a caso un dominio senza portafoglio. Un ministero edificato sulla carne da cannone delle persone con disabilità e dei loro familiari. Ancora una volta trattati solo come simboli, ai quali si elargisce un dicastero simbolico.
Attenzione però. Quest’operazione di bassa cucina politica affonda le proprie radici in una cultura arretrata che ancora è solida nel Paese. Una cultura che da anni le truppe più illuminate del Terzo settore, dell’associazionismo civico e di pezzi della politica combattono per smontare. Con grande fatica. Perché i retaggi culturali basati sugli stereotipi sono duri a morire. E sopra ci si possono costruire fortune elettorali.
Una cultura "rassicurante" perché marca i confini tra normalità e anormalità; tra maggioranza (in cui tutti ambiscono a identificarsi) e minoranza; tra fortuna e sfortuna. E lo fa con il trabocchetto di identificare l’essere umano con la sua patologia, facendo discendere da questa condizione di "malattia" i bisogni da soddisfare. Che inevitabilmente saranno in larga prevalenza bisogni sanitari e assistenziali, ignorando di conseguenza tutte le altre aspirazioni della persona. Dall’autonomia e all’autodeterminazione, nella misura in cui sia possibile. Al lavoro, all’affettività, alla mobilità e all’accessibilità. E chi più ne ha più ne metta.Una cultura che è assecondata dal pietismo, sentimento semplificatorio che assolve la politica dal creare le condizioni per l’emancipazione reale. Dallo stigma come veicolo di confinamento sociale, che mette al sicuro dalla fatica di avere a che fare con quel che disturba.
Una cultura che legittima l’autocommiserazione e quindi l’approccio assistenzialistico, perché c’è anche questo.Una cultura che in effetti è una sub-cultura quasi dominante. Che era in arretramento e che ora, con lo specchietto per le allodole del ministero per le politiche sulla disabilità, ha un’occasione d’oro per riemergere. Per ri-confinare le persone con disabilità - anzi, i disabili - nel loro recinto. E gestirne i bisogni con comodità. Magari insistendo a esaltare i super-disabili, quelli quasi normali nonostante la loro anormalità. Quelli che raggiungono risultati incredibili per la loro condizione. E ignorare ancora di più la stragrande maggioranza dei "disabili" normali. Quelli brutti, sporchi e cattivi. Non solo i "disabili" fisici, ma soprattutto gli psichici, intellettivi e relazionali. Ai quali è molto più facile elargire una carezza, o un contributo, che accompagnare nelle loro aspirazioni. Che è più funzionale confinare in un diurno, che portare in discoteca o in un museo. Ché tanto non apprezzerebbero.
Può sembrare strano. Ma è questa la vera posta in gioco. Con la retorica del ministero per le politiche sulla disabilità, si finirà per sublimare uno stereotipo che alle persone disabili ha portato solo sofferenze e isolamento sociale. Perché la disabilità non è una malattia, ma una condizione esistenziale delle persone. Che non hanno alcuna necessità d’essere considerate un mondo a parte, con un ministero dedicato, ma di non dover chiedere l’elemosina e fruire trasversalmente di tutti i diritti di cui si occupano i ministeri tradizionali.
Per capire meglio il paradosso. Antonio Guidi, primo ministro disabile esaltato in quanto tale, per le persone con disabilità ha fatto meno di tutti gli altri. Meno di Livia Turco, con la legge 328/2000. Poletti e Lorenzin con la legge 112/2016 sul Dopo di Noi. I giudici della Corte costituzionale, con la recente sentenza sulle pensioni d’invalidità. Tutte persone che non si occupavano specificamente "di disabili", ma di cittadini.
Pierfrancesco Angelini: Lega Nord - Grosseto
Ho letto l’intervento del consigliere regionale del Pd Iacopo Melio. Sono consigliere comunale e provinciale della Lega a Grosseto ed in Provincia ho avuto la delega ai rapporti con il precedente ministero della disabilità. Sono disabile dalla nascita a causa di una sofferenza al parto. Non ho mai avuto risarcimenti danni e vivo della mia professione di avvocato, dopo aver conseguito due lauree con lode, in giurisprudenza ed in scienze politiche. Esprimo il mio rammarico e disappunto per il taglio esageratamente politicizzato e di parte dell’intervento del consigliere Melio sul ricostituito Ministero della Disabilità. Nella mia vita ho sempre cercato di vivere da normodotato, pur consapevole della mia disabilità, conscio che solo in questo modo riesco veramente a far passare il messaggio dell’uguaglianza tra tutti i cittadini, indifferentemente dalle singole patologie.
Allo stesso tempo, però, questo mio "modus vivendi" mi ha permesso di migliorare la sensibilizzazione verso la tematica dei diversamente abili. Innanzitutto trovo che su un tema del genere la divisione tra i disabili, per quanto tipica di una democrazia, sia comunque fuori luogo, anche perché leggo nell’intervento del consigliere Melio la paura del centrosinistra di essere "invaso" dal centrodestra sul tema della socialità: questione che invece è sempre stata sovrana all’interno di tutti i partiti che si trovano all’interno della coalizione che rappresento.
Già questo mi fa capire come l’intervento del consigliere sia, per così dire, strumentale ad una difesa di un fortino che in realtà non gli appartiene in modo esclusivo. Trovo anche ambiguo il fatto che si levino voci di persone di centrosinistra contro questo dicastero, quando poi si accetta un ministero per le pari opportunità. Anche questo, che si occupi di quote rosa o di diversità di genere, può sempre essere letto in ottica di "ghettizzazione". Trovo anche poco edificante, per un consigliere che stimavo, gettare fango sull’ex ministro Fontana solo perché appartenente alla Lega e per questo indigesto al centrosinistra, ma assicuro che quando il consigliere regionale Melio parla del "progetto autonomia", del "dopo di noi", di "pensione" e di altro ho verificato di persona che i capitoli di bilancio erano stati ben adeguati e che, quindi, vi era una buon "modus operandi" da parte del dicastero.
Vorrei ricordare che il Ministero della Disabilità con Fontana, prima, e la Stefani, poi, si appoggia sulle associazioni del terzo e del quarto settore, dunque con un coinvolgimento totale delle stesse. Questo rende importante la presenza del dicastero, perché purtroppo un normodotato, se non adeguatamente informato dallo stesso disabile delle necessità esistenti, non riesce ancora ad avere quella capacità di visione a 360 gradi che possa permettere interventi strutturali, tanto è che non vi sono mai stati nei 70 anni precedenti.
Aver ripristinato questo Ministero è una grande opportunità, anche perché credo che uno dei suoi primi obiettivi, e qui il portafoglio non conta nulla, sia l’armonizzazione normativa, perché come avvocato mi imbatto quotidianamente in leggi nazionali e regionali che si contraddicono tra loro o che lasciano dei veri e propri vulnus normativi. Uno dei primi obiettivi dovrà dunque essere una riorganizzazione delle norme che sia semplice e chiara. Non nascondo che durante il Governo Conte Bis, nella qualità di Referente Toscano Disabili della Lega, scrissi al premier per spingerlo a ripristinare questo dicastero, senza avere nessuna risposta. Trovo infine ottima la scelta di Erika Stefani come Ministro, perché ha un curriculum di livello nel settore della disabilità. Concludo dicendo che il Ministero funzionerà se non ci saranno guerre di posizione, ma se verrà presa ’al volo’ la grande opportunità per tutte le categoria di diversamente abili di avere un diretto referente. --
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