Italia
Giani e l'aut aut per fermare la faida nel Pd toscano: "Votare contro la riforma dello Statuto è come sfiduciarmi"
Il presidente prova a placare la guerra fra i dem sulla candidatura di Conte a Siena. Agli zingarettiani, che minacciavano di boicottare la legge per il nono assessore, il messaggio più duro. E Mazzeo attacca il fedelissimo di Zingaretti: "Ci considera metastasi"
«Il no alla riforma dello Statuto è un no a me». È quasi come se Eugenio Giani avesse appena posto la fiducia sulla tenuta della sua legislatura, su sé stesso. Sono da poco passate le sette di sera e nella riunione convocata a Palazzo Strozzi Sacrati col gruppo consigliare dem i volti si fanno scuri, tesi. Quello del presidente è un aut aut. Prendere o lasciare. Lanciato alla presenza della segretaria Simona Bonafè, con il partito toscano in piena tempesta, scosso da una faida fra post renziani e le truppe di Zinga innescata dall’appoggio dato da Valerio Fabiani all’ipotesi di candidare Giuseppe Conte a Siena. «Ha rotto l’unità nel partito, non può restare al suo posto», continua a ripetere Bonafè. Così il richiamo di Giani è diretto a tutti, ma soprattutto agli zingarettiani. Da due giorni minacciano di trasformare i lavori dell’aula in un Vietnam se la segretaria non recederà dall’idea di far saltare il suo numero due. Giani non ne vuol sapere. Guai a “sacrificare” la sua riforma, non può essere il prezzo della guerra scattata nel Pd toscano.
Il presidente la vivrebbe come una ritorsione orchestrata contro di lui, anche perché quella allo Statuto è una riforma chiave per chiudere il quadro degli accordi presi in campagna elettorale e, è convinto il governatore, per dare maggiore agibilità all’azione di governo. Prevede l’introduzione del nono assessorato e quella di due sottosegretari. Caselle già praticamente assegnate: la prima al massese Giacomo Bugliani, le seconde all’attivista empolese Iacopo Melio e al piombinese Gianni Anselmi. Guai a far prevalere le logiche correntizie sul programma, è il diktat. Una ribellione sarebbe vissuta come un atto di sfiducia e aprirebbe una crisi nella maggioranza. «Dobbiamo evitare fratture, ok – commenta uno dei big zingarettiani – ma non può chiederci di rinunciare a Valerio». Nemmeno al Nazareno questa volta lascerebbero passare. La Toscana diventerebbe un caso sulla scrivania del segretario Nicola Zingaretti, che per ora segue le schermaglie a distanza.
Già domani, giovedì 18, Bonafè dovrebbe provare a raggiungere una tregua con Nicola Oddati, uno degli emissari incaricati dal segretario di far ragionare la post renziana. Ma adesso il rischio è che sulla riforma si apra un nuovo fronte. «Eugenio, quel ragionamento però fallo valere anche con Italia Viva», sottolinea il lottiano Cristiano Benucci. Come dire: se loro continuano a mettersi di traverso, deviprenderne atto. Significherebbe dover riaggiornare la giunta. O provare a convincere i renziani ad un ribaltone per non dover consumare uno nuovo strappo con Matteo Renzi, che ancora è adontato per quel "Io non ho padrini" con cui Giani fesdteggiò l'elezione.
Certo, la tensione fra post renziani e zingarettiani è altissima. Nessuno neppure a Roma si fa più illusioni. «Lotti e i suoi sono decisi ad aprire un fronte congressuale contro Nicola, ormai è chiaro, guardate che attacchi scomposti fa fare ai suoi», dice un membro della segreteria. Il riferimento è all'attacco lanciato da Antonio Mazzeo a Stefano Vaccari, responsabile nazionale organizzazione del partito, uno dei più convinti sostenitori dell'alleanza fra Pd-M5s e Leu ormai indigesta all'ala riformista. Vaccari retwitta Luca Di Bartolomei, che in un post parla di "metastasi renziane" nel Pd. Un retweet scovato da David Allegranti del Foglio. «Mi aspetto ora una parola chiara da Zingaretti su epurazioni di presunti indesiderati dal Pd considerati come metastasi, prenda le distanze da chi considera i riformisti delle metastasi», tuona il presidente del Consiglio regionale.
«Ho sottovalutato la seconda parte di un tweet, ammesso l'errore e chiesto scusa per il termine che è stato usato. Chiunque mi conosce sa che quelle parole non appartengono alla mia cultura politica – dice Vaccari – Eppure, alcuni dirigenti si stanno concentrando su questo, strumentalizzando un errore. Invito ad abbassare i toni e a non fare sterili polemiche in un momento in cui il Paese ha bisogno di unità e rigore. Continuerò, come fatto in questi anni, a svolgere il mio ruolo nel segno dell'inclusività».
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