Italia
Idea Conte candidato alle suppletive di Siena: gelo Pd, anche Zingaretti frena. L'appoggio di Rossi
Si vota a fine maggio, coinvolti tutti i comuni senesi esclusi quelli della Valdelsa e più cinque della Valdichiana aretina. La tornata serve a sostituire Pier Carlo Padoan, che ha abbandonato la Camera al momento del passaggio alla guida di Unicredit
Candidare Giuseppe Conte alle suppletive di Siena, un'idea accarezzata per rafforzare l'alleanza tra Pd e Cinque Stelle, una specie di tappeto rosso per il presidente del Consiglio uscente (da Palazzo Chigi) e forse subito rientrante (in Parlamento). Sembra un piano blindato che però non piace intanto ai dem senesi, che non vedono di buon occhio un candidato paracadutato da Roma. Le suppletive di Siena di fine maggio sono necessarie per sostituire Pier Carlo Padoan, che si è dimesso dopo il suo passaggio alla presidenza del cda di Unicredit. Quello senese forse è ritenuto ancora un collegio sicuro, nonostante l'affermazione del centrodestra alla comunali di Siena nel 2018.
Ma a stoppare drasticamente le voci ci pensa il segretario del Pd Nicola Zingaretti al termine delle consultazioni con Mario Draghi: "Le alleanze si decidono sui territori, nel Lazio ho costruito l'alleanza che ritengo più consona, noi rispetteremo le autonomie dei territori, stiamo spingendo per accentuare l'autonomia per alleanze larghe, competitive e civiche. Autonomia dei terrori e spirito unitario. Noi portiamo il patrimonio positivo di relazioni che io credo sia un patrimonio di alleanze per continuare a governare".
I primi a storcere il naso erano stati i dem senesi. "L'alleanza di governo tra Pd e Cinque stelle va rinsaldata, ma non so se la scelta di candidare al parlamento nel collegio Giuseppe Conte è quella giusta", dice Andrea Valenti, segretario provinciale del Pd di Siena. "La nostra linea è quella di avere come candidato un rappresentante del nostro territorio - puntualizza Valenti - anche perchè penso possa esserci una figura in grado di mettere d'accordo noi e i 5 stelle. Penso non sia assurdo chiedere la candidatura di una persona del territorio". Sulla stessa linea d'onda anche la segretaria regionale del Pd Simona Bonafè che difende il principio di una candidatura costruita sul territorio.
E anche per il sindaco di Firenze Dario Nardella "Nessuno discute la qualità della candidatura di Conte, ma in Toscana non possiamo avere sempre candidati calati dall'alto, seppur di prestigio. Questa è la regione dove il Pd, da anni, è il più forte d'Italia. Il risultato delle ultime elezioni regionali lo conferma. Se va scelto un candidato per le suppletive del collegio, si lasci decidere alla Toscana e a Siena, ai dirigenti locali e agli iscritti".
Anche Italia Viva, che in Toscana è alleata del Pd, frena con Maria Elena Boschi, capogruppo Iv alla Camera: "È prematuro parlarne adesso, la priorità è dare al Paese un governo che funzioni. Il destino personale del presidente Conte non è la priorità. E in ogni caso bisogna sentire anche i rappresentanti del territorio". Sempre sul fronte Italia Viva il consigliere regionale Stefano Scaramelli mette in guardia Conte da seguire questa strada: "Io glielo sconsiglio. Quel collegio noi di ItaliaViva lo conosciamo bene. Poi faccia lui. Una cosa è fare l'avvocato del popolo, un'altra farsi eleggere dal popolo".
Un assist a sorpresa alla candidatura di Giuseppe Conte a Siena arriva invece dall'ex presidente della Regione Enrico Rossi. "Per quanto mi riguarda il presidente Conte p un punto di riferimento e di equilibrio per l'alleanza Pd, Leu e M5s. Quindi tutto quello che può mantenere e rafforzare questa alleanza, compresa la candidatura di Conte a Siena, è un bene per Siena, la Toscana e il centrosinistra italiano". L'aspetto curioso di questo endorsement è che lo stesso Rossi sarebbe considerato tra i possibili candidati nel collegio senese.
L'area interessata alla elezione suppletiva comprende tutti i comuni senesi esclusi quelli della Valdelsa e più cinque della Valdichiana aretina. Padoan fu eletto, con il 36,2 % dei voti alla Camera essendo contrapposto nel collegio a Claudio Borghi, che arrivò al 32,3, l'uomo che nella Lega rappresentava allora l'ala antieuro.
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