Il presidio
Giallo delle valigie, la telefonata alla sorella prima di venire assassinati
I carabinieri ricostruiscono le ultime ore di vita dei coniugi albanesi fatti a pezzi per scoprire il luogo dell’omicidio. Sui resti trovate tracce di dna estranei alle vittime. Emergono versioni discordanti dal racconto delle figlie
FIRENZE. L’ultimo contatto prima del buio. Avuto forse quando ancora la furia dell’assassino non era neppure un’ombra. Un’altra traccia da seguire, un sentiero finora inesplorato. Nella selva di date, voci, liti, contraddizioni, ricordi che cambiano, sottili allusioni che quasi assomigliano ad accuse che è diventata l’inchiesta sulla morte di Shpetim e Teuta Pasho, gli investigatori potrebbero aver trovato un nuovo spiraglio. L’ultima ad aver sentito in vita marito e moglie fatti a pezzi e ritrovati una settimana fa in quattro valigie gettate nei campi a ridosso della Fi-Pi-Li e a un passo dal carcere di Sollicciano è stata la sorella della donna che vive tuttora a Milano. Fu Teuta a telefonarle alle 11.30 del primo novembre 2015. Poi è la soprella a riprovarci nel pomeriggio. Ma niente. Il telefono della donna sembra spento. È ciò che sostengono le figlie della coppia, Viktoria e Dorina. Da lì in poi, hanno raccontato, i contatti dei famigliari con i genitori si sono interrotti. Shpetim e Teuta si sarebbero diretti a Firenze, forse per incontrare l’ex fidanzata del fratello Taulant e con l'idea di andare andare con lei ad accoglierlo ai cancelli del carcere, da cui sarebbe uscito la mattina dopo, il 2 novembre. Per questo adesso la sorella di Milano potrebbe essere sentita dai carabinieri e dalla pm Ornella Galeotti, che indaga per duplice omicidio e occultamento di cadavere.
È una circostanza tutta da verificare. Perché appunto in questa storia sono moltissime le cose che non tornano. A cominciare proprio dal racconto delle figlie, assistite come persone danneggiate dall’avvocato Cristina Masetti. I carabinieri stanno cercando di ricostruirla attraverso le dichiarazioni fatte in questi giorni, mettendole a confronto con quelle raccolte 5 anni fa – come riportato dal Corriere Fiorentino – e messe a verbale all’epoca durante le indagini sulla scomparsa. Già allora, emergono versioni contrastanti. La prima denuncia è dell’8 novembre 2015. Nel pomeriggio si presenta in caserma a Castelfiorentino Viktoria (all’anagrafe Vitore). Racconta che i suoi erano venuti in Italia per festeggiare l’uscita dal carcere di Taulant, da mesi detenuto per droga, e che la sera del primo novembre dormono a casa sua.
Non è un dettaglio da poco. I cadaveri delle vittime sono stati trovati con un pigiama e la vestaglia ancora addosso, come se qualcuno li avesse uccisi e poi fatti a pezzi in una casa. Vitore dà la stessa versione anche il 10 novembre. E la circostanza viene confermata dalla sorella Dorina: «Mia sorella – dice – mi ha telefonato il 2 novembre per informarmi che i nostri genitori erano spariti da casa sua e che non erano passati neppure a salutare mio fratello Taulant». Il giorno dopo viene convocata la fidanzata di Taulant, Elona, e racconta che la coppia non ha buoni rapporti con le figlie. Non tollera che Vitore abbia una relazione con un uomo sposato. Dice che raggiunsero Firenze il primo novembre, le chiesero una valigia e un ferro da stiro, litigarono e che poi la figlia Vitore la informò che erano tornati a dormire da lei tra l’1 e il 2 novembre.
Oggi Elona, seguita dal legale Federico Febbo, sostiene invece di aver visto gli “ex suoceri” nei giorni precedenti, ma non l’1 e non il 2 novembre. Il 15 novembre 2015 Vitore cambia versione. Spiega che il 2 novembre l’ha chiamata la madre dicendole di non cercarla più. E aggiunge che «l’ultima volta che ho visto i miei genitori non è stata la cena dell’1 novembre a casa mia, ma il 31 al mercato di Castelfiorentino». E che la madre le aveva raccontato di una discussione con la fidanzata di Taulant. Così adesso la chiave del delitto potrebbe essere nascosta nella scena del delitto. Non la casa di Elona, dove i due non sarebbero mai andati a dormire. Forse una casa a Novoli o Rifredi, dove – hanno raccontato le figlie – i due si sarebbero recati già dal 31 ottobre. Ma un tassello decisivo potrebbe arrivare dalla scientifica, che ha trovato tracce di dna non appartenente alle vittime sul cellophane in cui erano avvolti i cadaveri fatti a pezzi. —
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