Il Tirreno

Toscana

Vertice sul clima: passerelle, ambizioni e sfide tiepide

Alfredo De Girolamo

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“Climate ambition Summit”, l’incontro mondiale dei capi di Stato e Governo, sotto l’egida dell’ONU, è l’occasione per fare il punto sulla lotta ai cambiamenti climatici. Una via di mezzo fra una passerella mediatica (ovviamente virtuale) e un vero e proprio summit dei decisori politici e dei principali stakeholders, che hanno in mano le sorti del Globo. In piena emergenza coronavirus, e all’indomani di un novembre che è stato il mese più caldo della storia del mondo, da quando misuriamo le temperature.

A 5 anni dal vertice di Parigi (COP 21) si tira qualche somma, con la sensazione che gli obiettivi definiti nella capitale francese saranno difficilmente raggiungibili nei tempi previsti, e che serve un’accelerazione, un cambio di passo di tutti i Governi.

Ma ci sono anche buone notizie. L’atteso rientro degli USA di Joe Biden fra i protagonisti della “transizione ecologica”; un nuovo slancio dell’Unione Europea; importanti decisioni assunte ultimamente dalla Cina e dal Regno Unito; alcuni paesi virtuosi, come la Norvegia, il Cile ed il Vietnam che hanno aggiornato i propri obiettivi.

E’ presto per capire in cosa si concretizzerà la nuova posizione americana, con un Presidente democratico che vuole tornare protagonista degli accordi multilaterali, che considerare giustamente l’emergenza climatica un problema di “sicurezza nazionale”, ma che dovrà fare i conti con un Senato a trazione repubblicana, orientato al protezionismo, ad una posizione unilaterale, e poco convinto della crisi ambientale.

L’Europa di Ursula von Der Layen, dopo mesi di discussioni, è al Summit forte di una proposta che la candida alla leadership mondiale della lotta ai cambiamenti climatici. Il Consiglio europeo ha approvato la proposta della Commissione di portare il taglio dell’anidride carbonica al 55% entro il 2030, contro un target attuale del 40% e una proposta del Parlamento europeo del 60%. Obiettivo azzerare le emissioni nette di gas climalteranti al 2050. Una scelta forte, che costerà al continente 350 miliardi di investimenti verdi all’anno per nuove fonti di energia pulita ed infrastrutture sostenibili e resilienti. Una montagna di soldi, solo in parte recuperabili dal Recovery Fund, appena approvato dal Consiglio insieme al Budget Comunitario.

La Cina nelle ultime settimane si è impegnata ad azzerare le emissioni nette di CO2 entro il 2060, Giappone e Corea del Sud entro il 2050. Il Regno Unito si è impegnato a ridurle del 68% entro il 2030. Gli analisti sembrano concordare che per raggiungere l’obiettivo di Parigi di contenere l’aumento della temperatura a 1,5 gradi, serva una riduzione complessiva del 65% delle emissioni serra entro il 2030. Ma soprattutto che ben 164 paesi nel mondo aggiornino i propri obiettivi al 2030.

La partita si giocherà nei paesi per adesso poco coraggiosi, con più popolazione e più emissioni: Australia, Indonesia e Stati Uniti. Vista cosi la sfida sembra ancora tiepida.

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