Il Tirreno

Toscana

Un piano debole e pieno di paure

Alessandro Volpi
Un piano debole e pieno di paure

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La bozza del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, con cui l’Italia intende utilizzare le risorse straordinarie europee, presenta un primo dato evidente che tende a ridurne l’efficacia. È pervaso da una grande paura del debito pubblico, destinata ad emergere in più modi. In primo luogo, la bozza stabilisce che solo una parte dei 209 miliardi di euro, rivolti all’Italia, possano essere indirizzati a “iniziative additive”.

In altre parole, se le sovvenzioni, che non prevedono rimborso, andranno per intero a finanziare simili iniziative nuove, la quota parte di prestiti del “Next Generation EU” orientata in tale direzione sarà un segmento limitato del totale, perché, appunto, una porzione di essi servirà a finanziare investimenti e spese già contemplate e coperte con titoli ordinari del debito pubblico italiano.

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In sostanza una parte rilevante – circa novanta miliardi di euro – dei finanziamenti europei verrà destinata a rendere il debito italiano più “sostenibile”, sostituendo titoli nazionali con titoli europei, meno costosi, ritenuti più solidi e, in quanto sostitutivi, non destinati a creare ulteriore debito. La stessa stima della riduzione del costo degli interessi che dovrebbe scendere dal 3, 5% del Pil nel 2020 al 3, 1% nel 2023, contenuta ancora nella bozza in questione, conferma gli effetti di questa azione.

L’attenzione a ridurre il debito emerge anche dallo schema di erogazione dei fondi europei nei prossimi anni secondo il quale il ricorso ai prestiti sarà molto limitato fino al 2023, a fronte di una forte presenza di sovvenzioni – 37 miliardi di prestiti e 52 di sovvenzioni –, mentre da quella data al 2026 i prestiti esploderanno a 100 miliardi contro 13 di sovvenzioni.

Un simile schema è facilmente comprensibile se si legge la proiezione, contenuta sempre nella bozza del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, dove viene riportata una contrazione dell’indebitamento italiano dal 158 al 150% del Pil nel periodo 2020-2023. Le sovvenzioni europee dovrebbero servire a facilitare almeno in parte questo “rientro”.

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Appare chiara dunque la strategia del Piano; utilizzare una larga fetta dei prestiti europei per alleggerire il peso del debito italiano, destinato a finanziare un gran numero di iniziative già definite negli anni passati, e procedere ad un nuovo aumento del debito ricorrendo ai titoli europei solo dopo una sua parziale riduzione.

Per l’Italia quindi l’impatto delle spese e degli investimenti nuovi sarà minore rispetto ad altri paesi meno indebitati che potranno presentare effettivamente un piano nuovo, più significativo di quello italiano mentre con le risorse del Nex Generation Eu l’Europa si mette al riparo da quello che considera ancora il “pericolo-Italia” e costruisce gli elementi per la tenuta dell’euro, necessaria per alimentare le politiche monetarie espansive della Bce, di cui ormai hanno bisogno tutti gli Stati membri. È naturale che da un’impostazione simile discenda una visione deludente dei contenuti della bozza del Piano italiano.

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L’impressione che si ricava da una prima lettura è infatti duplice. Da un lato, sembra un “riassunto” di quanto già presente in vari documenti di programmazione scritti da anni, in molti casi con notazioni e obiettivi decisamente invecchiati. Pare che gli estensori del Piano abbiano fatto un rapido “copia e incolla” (in effetti in alcune parti il font è diverso....) di tante cose che si trovavano nei cassetti dei ministeri e le abbiano messe insieme, finanziandole non più con il debito italiano ma con quello europeo.

Dall’altro, la bozza costituisce una vera e propria apoteosi della digitalizzazione, come se l’unica lezione emersa dalla pandemia fosse quella di trasferire tutto in rete; i numeri, in tal senso, parlano chiaro. Su un totale di interventi per 196 miliardi di euro, circa 50 sono dedicati alla digitalizzazione, mentre sono molto più limitate altre voci.

In quest’ottica, non sono accettabili i 3, 1 miliardi destinati a Cultura e turismo, quando lo stesso Piano si propone una grande opera di recupero del patrimonio artistico e architettonico del paese. Così come sono risibili i 10 miliardi finalizzati al potenziamento della didattica e del diritto allo studio, e del tutto incomprensibili i soli 9 miliardi destinati alla Salute, peraltro largamente occupati da “telemedicina” e, ancora, “digitalizzazione”. Manca poi un impegno vero per la lotta al dissesto idrogeologico e la spesa per le infrastrutture è largamente rivolta alla sola Alta Velocità.

Certamente, abbiamo bisogno di rendere l’Italia un paese digitale secondo quanto richiesto dalla stessa Europa, e, come accennato, la pandemia ci obbliga a pensare una vita “da remoto” , ma non possiamo sprecare una grande occasione di riforma profonda delle nostre esistenze puntando quasi tutto su uno strumento, pur indispensabile, e tralasciando i contenuti e la sostanza della vita reale. Anche la transizione ecologica è ampiamente concentrata, pressoché per intero, su un unico tema rappresentato dalla questione, certo rilevante, dell’efficienza energetica che copre oltre 40 dei 74 miliardi della “rivoluzione verde”.

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Svuotare i cassetti, cercare le soluzioni più immediate e disponibili, usare qualche slogan di moda non bastano a dare senso ad un’idea per “la prossima generazione” . Speriamo sia solo una bozza.
 

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