Il Tirreno

Toscana

Trentaduemila imprese in meno: la questione è il futuro

Franco A. Grassini

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Il rapporto del Centro Studi Confindustria sugli Scenari Industriali contiene una ricca dote di dati e formula previsioni e suggerimenti di valore. In particolare la pandemia ha provocato un lockdown che, in marzo-aprile, aveva portato a una riduzione del 40% della produzione manifatturiera italiana. A questo crollo era seguito, sino ad agosto, un pieno recupero, purtroppo molto ridotto successivamente per le misure imposte dai comportamenti irresponsabili che si erano diffusi.

La crisi si era realizzata dopo un periodo di notevole debolezza a causa del declino della domanda interna ed in particolare degli investimenti pubblici in continua riduzione dal 2011.Ovviamente l’impatto della crisi sanitaria è stato molto diversificato. I prodotti in pelle sono ridotti di ben il 92,8%, mentre i farmaceutici di appena il 5,5%. I beni primari per i consumatori sono stati esentati dal lockdown.

Un aspetto molto interessante messo in luce dal rapporto del CSC è che molte aziende hanno cessato l’attività. Dal 2017 al 2020 il numero delle imprese si è ridotto di oltre 32.000 dato che, a differenza di quel che accadeva in passato, i nuovi ingressi non hanno compensato le uscite. Hanno tirato avanti molte aziende deboli e, di conseguenza, l’apparato produttivo non è diventato più omogeneo. Si è avuto "un ulteriore aumento della distanza tra le imprese, per efficienza".

Quelle più efficienti hanno ridotto le forniture e aumentato i componenti fatti in casa. Sull’occupazione la crisi ha, per adesso, inciso poco in termini di posti di lavoro dato che si sono ridotte le ore lavorate e, grazie alle misure adottate dal governo, si è fatto molto ricorso alla cassa integrazione straordinaria anche per il divieto di procedere a licenziamenti. Si è invece ridotta l’occupazione femminile (era il 27,6% nel 2008, il 25,55 nel 2019). Sono, per contro, aumentati i lavoratori stranieri: i 466mila sfiorano il 10% del totale. Tra i fattori del rallentamento va notato che, anche per le scelte di Trump, il commercio mondiale si stava riducendo già prima della pandemia e l’Italia, 7ª esportatrice mondiale con un 2,2% del totale davanti a Francia (1,9%) e UK (1,8%) ne aveva risentito. Altro fattore di debolezza, purtroppo radicato tanto da divenire strutturale, è la prevalenza delle imprese di piccola dimensione che, appunto per questo, limitano il loro contributo alla crescita. Anche qui CSC mette in luce aspetti positivi.

Le imprese manifatturiere che nel 2011 erano 222.121 nel 2018 erano scese a 187.545, ma in calo sono state tutte quelle con meno di 100 addetti. Quelle da 100 a 249 sono cresciute da 1758 a 1817 e quelle da più di 250 da 934 a 993. Piccoli passi. Il vero problema è il futuro. Qui la questione è, come evidenzia CSC, quella ambientale. L’Italia sta bene per quanto riguarda il riciclo e l’elettricità non inquinante, ma molto male per le tecnologie necessarie per migliorare l’ambiente. Manca la collaborazione tra università e centri di ricerca pubblica e imprese che, invece, c’è in altri ambiti. Se vogliamo un futuro migliore dobbiamo cambiare i notradizionali comportamenti.

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