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La pandemia fa scomparire l’idea stessa di mercato
A ottobre, la liquidità sui conti correnti è cresciuta di 32 miliardi di euro e i depositi hanno superato i 1.700 miliardi nei primi 9 mesi di quest’anno; le somme in banca delle imprese sono cresciute del 21%, sfiorando i 365 miliardi mentre i risparmi sui conti correnti delle famiglie, circa 1.080 miliardi, sono saliti del 3,4% da gennaio a fine settembre. Un fiume di risorse accantonate per l’incertezza e la paura che vengono sottratte a consumi e investimenti, in picchiata.
L’epidemia non solo blocca la produzione di reddito, ma segrega la ricchezza disponibile, facendo scomparire l’idea stessa di mercato e affidando interamente alla spesa pubblica il compito di tenere in piedi l’economia italiana.Gli italiani sono chiusi in casa e, con loro, i risparmi. Una simile condizione non può che peggiorare la peculiarità, tutta nostrana, di dipendere dalle generazioni precedenti. Nel 1995 il valore di eredità e donazioni era pari all’8, 4% del Pil, nel 2016 aveva già raggiunto il 15, 1%, rappresentando il 18, 5 del reddito disponibile delle famiglie.
Una parte del paese risparmia per paura e dipende da quanto gli hanno lasciato padri e nonni: l’epidemia e le sue angosce sono un pericoloso frigorifero sociale. Forse servirebbero davvero una narrazione costruita sulla speranza e strumenti per darle corpo, magari a partire dal risparmio in frigo che dovrebbe servire a finanziare gli investimenti necessari alla ripresa. Servirebbe poi rendere fisiologico il ricorso al debito che deve essere gestito con coraggio a partire dall’evidenza dei numeri. Il 2020 segnerà per la prima volta il sorpasso del debito pubblico, a livello mondiale, nei confronti del Pil, portando il rapporto al 101,5%; la pandemia in tal senso è stata decisiva.
Nel 2019 erano 19 i paesi che avevano un rapporto debito-Pil superiore al 100%, ora sono 30; il debito dei membri del G7 è lievitato dal 118 al 141% e nella morigerata area euro è salito dall’84 al 101%. Sarebbe complesso immaginare un brusco ritorno a politiche di austerità o anche semplicemente una significativa riduzione di tale massa debitoria pubblica; anche perché alle difficili condizioni degli Stati si aggiunge un ben più colossale debito privato che in nove mesi è schizzato al 365% del Pil mondiale. Dunque occorrono strade diverse: la cancellazione del debito pubblico legato alla crisi sanitaria, sociale e economica - perché non si tratta solo della spesa sanitaria in quanto tale - non può più essere considerata un’eresia per varie ragioni.
La prima è di natura storica; per le ricostruzioni di Reinhardt e Trebesch, sono stati 48 gli episodi di cancellazione del debito nel corso del XX secolo, determinati da eventi straordinari e praticamente tutti hanno favorito un’importante ripresa economica e un miglioramento dei rating creditizi dei debitori. La seconda riguarda i pericoli della cancellazione sottolineati da molti economisti mainstream. I rischi consisterebbero nella ripresa brusca dell’inflazione, nella perdita di credibilità dei debitori che cancellano il debito con conseguente difficile collocamento del debito successivo, nell’indebolimento della fiducia nei confronti delle monete in cui sono denominati i debiti cancellati.
Condizioni che, in questa nuova fase di fortissima contrazione dei consumi, di mancanza di monete forti, di perdurante deflazione, sono davvero molto ipotetiche; anzi il vero pericolo consiste nel brutale impoverimento per gran parte della popolazione mondiale, aggravato da una pessima distribuzione della ricchezza. Nel caso dell’euro, poi, la sua forza è fuori discussione ora e non usarla sarebbe folle; così come è estranea alla zona euro qualsiasi tensione inflazionistica. Pensare che, nelle condizioni attuali, i titoli garantiti dalla Bce non trovino compratori a tassi bassissimi è irragionevole. Alcuni avversari della cancellazione fanno riferimento anche al fatto che essa sia avvenuta nell’ambito di economie di "guerra" per rimarcarne la natura straordinaria, ma è evidente, allora, che le attuali condizioni straordinarie di distruzione della capacità di produzione del reddito siano molto simili.
La terza ragione riguarda le soluzioni per operare una cancellazione che sono tutt’altro che impraticabili. Esistono varie ipotesi. La più semplice, per la zona euro, che già dispone di una politica monetaria fatta di acquisti da parte della Bce di titoli degli Stati a cui retrocede gli interessi, sarebbe trasformare il debito necessario alla ripresa in titoli irredimibili a tasso zero. Si eviterebbe così di gravare sulle future generazioni e si fornirebbero ai cittadini europei i mezzi per affrontare la più grande trasformazione sociale degli ultimi decenni. Peraltro già ora, se l’Ue emettesse titoli perpetui e la Bce li comprasse, l’operazione sarebbe legittima ai sensi dei Trattati. Si tratta quindi di approdare a una nuova normalità del funzionamento di un’economia finalmente sociale; creare strumenti per scongelare i risparmi e per cancellare il debito necessario costituisce la strada per un cambiamento che dovrebbe essere prima di tutto di ordine culturale e politico, in modo da diventare indispensabile patrimonio condiviso.
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