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"Saluti dallo spazio...": i post del veterinario salvato e la telefonata in ospedale di Jovanotti. E gli infermieri festeggiano con la sua musica
Un amico dell'artista salvato dal Covid all’ospedale di Arezzo: i giorni in pneumologia e la chiamata del "Jova" appena libero dell'ossigeno
In fondo l’idea agli infermieri potrebbe averla suggerita proprio lui, “il Brandi”. Come adesso lo chiama Jovanotti dal telefonino, sbucato all’improvviso da uno schermo che galleggia sulla branda mentre guida verso chissà dove e ringrazia le donne e gli uomini che hanno salvato il suo amico. «State facendo la storia. Veramente grazie, grazie proprio di cuore a tutta la vostra categoria». La categoria sono le prime linee, ora lì in piedi, rappresentata da cinque medici e infermieri con gli “scafandri”addosso e i versi delle sue canzoni scritti sulle spalle come messaggi di speranza, ché ora a leggerli bene sembrano quasi tutte epigrafi di ogni grande lascito della pandemia, la descrizione perfetta di ogni attimo per chi lotta col virus, per chi salva vite o a volte vede scivolarle via strozzate nell’ultima voce.
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Ho due chiavi per la stessa porta, per aprire al coraggio e alla paura
Cinque giorni fa Alberto Brandi aveva iniziato il suo diario dal reparto con una frase di Estate addosso. «Saluti dallo spazio, le fragole maturano anche qua». Un lungo post e subito gli aretini avevano riconosciuto la natura pop, freak ma profondissima di uno dei veterinari più famosi della Val di Chiana. Amico e veterinario dell’artista di Cortona. Qua era «lo spazio Covid, polmonite bilaterale acuta», lui con un casco ad alti flussi in testa. Lui con la tosse, il catarro appiccicato al vetro, senza più aria nei polmoni eppure una tempesta di cose da dire nella testa anche se la voce era ormai solo un soffio. Per giorni è stato una specie di Leopold Bloom del Covid dal suo letto di pneumologia al San Donato di Arezzo.
La pagina Facebook il suo Ulisse, un monologo interiore e nella malattia. Post senza punteggiatura, i pensieri intrecciati l’uno all’altro; perché se ti manca l’aria, cambia la grammatica del tuo organismo, le dita diventano fragili virgole sullo schermo, non puoi permetterti una nuotata elegante fra le parole se c’è un naufragio nei polmoni. Ha soffiato quel che poteva in fretta, un flusso di coscienza sgorgato fra gli alti flussi del respiratore meccanico. Ne ha scritti quasi uno al giorno. Un po’ si sentiva «palombaro» e un po’ «astronauta» come Armstrong, pure lui «fece il primo passo sulla luna e anche lì c’era chi ci credeva e chi no».
«È arrivato lunedì con una polmonite molto seria - racconta Manuela Caneschi, caposala e infermiera - eppure è riuscito a raccontare nel suo diario quotidiano le sue e le nostre difficoltà, ha elogiato la sanità aretina, raccontato senza filtri e con ironia cosa significhi essere ricoverati in un reparto Covid, sopportare il rumore infernale degli alti flussi, scoprire che quel chiasso diventa un suono amico, quasi rock, perché ti aiuta a respirare, ha capito quanto impegno profondiamo per i pazienti». Brandi l’aveva promesso agli infermieri. Se fosse stato meglio avrebbe chiamato Jova. «E stamattina finalmente l’abbiamo potuto liberare del casco e ha fatto la video-chiamata».
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Viva la libertà
C’era scritto così su un’altra tuta. «È stato emozionante - racconta Caneschi - il sorriso di Alberto e quel saluto di Jova ci ha ripagato di tanta amarezza, paure e fatica che sopportiamo in questa seconda ondata. Non è vero che tocchi solo agli anziani. Da settimane curiamo persone sui 35 anni o poco più. È stata qui con quel pallone in testa per una settimana anche una ragazza di 18 anni. Per questo mi fanno rabbia i negazionisti, ma poi penso anche che non posso permettermi di perdere tempo con loro. Io mi alzo la mattina col buio e torno a casa dopo cena. Quando lavori in un reparto Covid non riesci a dormire perché non vedi l’ora di tornare in ospedale e quando ci sei ti assilla il pensiero di casa».
Non c’è montagna più alta di quella che non scalerò, non c’è scommessa più persa di quella che non giocherò
Il Brandi ha scritto che «le fragole» per uno malato di coronavirus «sono la consapevolezza di avere una famiglia fantastica, una bella fragola è la tanto bistrattata sanità aretina, perché io sono stato trattato benissimo». Anche Andrea Scanzi l’aveva incoraggiato in un post. «Lui è il veterinario dei miei cani e soprattutto un amico, una persona che si spende interamente per gli animali». «Mi hanno lavato come un gattino», ha scritto il Brandi raccontando, con incredibile ironia, le pene di chi è attaccato a un tubo. Sabato mattina sullo smartphone ha digitato un grido. «Mi hanno tolto il cascooooo». Ieri ha chiamato Jova. Lorenzo voleva ringraziare chi lo ha salvato.
È andata come è andata, ma la fortuna è di incontrarti ancora
«Oh, rimandatemi a casa il Brandi, che mi serve». Pure il governatore Eugenio Giani ha raccontato la sua storia e l’omaggio degli infermieri a Lorenzo. Anche se la seconda ondata sarà lunga quanto tutto l’inverno, uno di loro aveva l’estate addosso.
Ho una cicatrice, sembra un tatuaggio, sai cosa dice? Avanti, coraggio
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